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New York Times, chi ignora gli stupri dei terroristi di Hamas

La sera del 12 maggio il New York Times ha aperto la homepage con un editoriale/reportage di Nicholas Kristof sulle presunte violenze sessuali perpetrate da israeliani nelle carceri ai danni di palestinesi
di Costanza Cavalli mercoledì 13 maggio 2026

3' di lettura

La sera del 12 maggio il New York Times ha aperto la homepage con un editoriale/reportage di Nicholas Kristof sulle presunte violenze sessuali perpetrate da israeliani nelle carceri ai danni di palestinesi. Il 13 mattina, mentre Cnn, Washington Post, Afp e decine di altre testate davano conto delle conclusioni della Commissione civile israeliana sui crimini sessuali di Hamas del 7 ottobre, il New York Times non c’era. Interpellato mesi fa dalla Commissione, aveva già fatto sapere di non essere interessato a pubblicarne i risultati.

Basterà ricordarlo quando si arriva all’incipit di Kristof: «A prescindere dalle nostre opinioni sul conflitto in Medio Oriente, dovremmo essere in grado di unirci nel condannare lo stupro». Eppure. Il rapporto che il quotidiano statunitense ha scelto di ignorare si intitola: “Il terrore sessuale svelato: le atrocità mai raccontate del 7 ottobre e quelle contro gli ostaggi in prigionia”. Lo ha pubblicato la Commissione civile guidata dall’esperta di diritto internazionale Cochav Elkayam-Levy: due annidi lavoro, diecimila fotografie, 1.800 ore di analisi visiva, 430 testimonianze, vittime di 52 nazionalità.

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Il catalogo comprende stupri, stupri di gruppo, mutilazioni sessuali, esecuzioni legate ad abusi, violenze post mortem, filmati trasmessi in diretta per amplificare il terrore. Uno dei tredici schemi di violenza sessuale documentati è un neologismo: “violenza sessuale kinocida” si legge. Al termine kinship, parentela, è stato unito il suffisso -cidal, distruzione. Una violenza che usa il legame familiare come arma psicologica: un padre costretto ad assistere o a partecipare allo stupro con l’intento di annientare, di uccidere, l’identità della famiglia.

Il rapporto affronta anche un problema giuridico preciso: le scene del crimine sono state bruciate, molte vittime non sono sopravvissute, i testimoni hanno visto spesso solo frammenti. La risposta è un modello probatorio fondato su prove cumulative - comportamenti ripetuti in luoghi diversi, materiale preservato nell’immediatezza, resoconti incrociati - che regge anche senza le prove dirette che mancano. E soprattutto sposta il confine temporale. Le violenze non si sono fermate al 7 ottobre: stupri, umiliazioni, torture a sfondo sessuale proseguirono durante i rapimenti, il trasferimento a Gaza, la detenzione. «La prigionia non costituiva un capitolo a sé stante, bensì la continuazione della stessa violenza coercitiva», è scritto nel report. Il 7 ottobre cessa così di essere un singolo giorno di atrocità e diventa l’inizio di una catena ininterrotta di crimini, perseguibile anche attraverso l’esperienza maturata dai tribunali internazionali per i crimini sessuali in Ruanda e nell’ex Jugoslavia.

Le fonti di Kristof, nel frattempo, non reggono all’esame nemmeno agli occhi di chi non nutre simpatie israeliane. Ahmed Fouad Alkhatib, attivista anti-Hamas originario di Gaza, ha scritto che alcune di quelle citate - a partire da Euro-Med Human Rights Monitor, il cui fondatore è stato identificato come agente di Hamas in Europa e fotografato insieme con i vertici dell’organizzazione- «hanno precedenti preoccupanti in termini di accuratezza e frequentazioni». Tra i minori intervistati figurano, secondo Ngo Monitor, bambini-soldato reclutati da Hamas.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha definito l’editoriale «una delle peggiori accuse del sangue apparse sulla stampa moderna»: l’archetipo antisemita è quello medievale, gli ebrei che rapiscono e uccidono bambini cristiani per usarne il sangue durante la Pesach. Il giornale che ha ignorato diecimila fotografie e 430 testimonianze sulle violenze di Hamas ha messo in prima pagina, alla vigilia di quel rapporto, un’inchiesta sulle violenze israeliane basata su fonti che nemmeno attivisti palestinesi ritengono attendibili. Kristof invita alla condanna unanime dello stupro. Sarebbe più convincente se quella condanna, al New York Times, valesse per tutti.

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