Un giorno, quando si farà la storia di questi ultimi decenni, ci si chiederà come e perché sia potuto accadere che un pernicioso “male oscuro” abbia preso a un certo punto il sopravvento nella mentalità diffusa delle classi intellettuali dell’Occidente. Sfidando la logica, il buon senso, lo stesso anelito alla libertà che pure è stata la cifra caratterizzante per tanti secoli in questa parte di mondo. A porre la questione è un articolo del Telegraph, e a porcela siamo anche noi. Una moda? Il segno di una crisi radicale? La perdita della bussola valoriale offerta per tanti anni dalla morale cristiana alla nostra civiltà? O forse tutte queste cose insieme. La notizia che ci giunge dalla Gran Bretagna è l’ennesimo tassello di un quadro già ben definito. È un episodio che, sullo storico e influente quotidiano inglese racconta una firma di punta, Suzanne Moore.
Ha come protagonista, ancora una volta, J. K. Rowling, l’autrice della fortunata serie di Harry Potter, già messa al bando dalla cultura mainstream qualche anno fa per aver detto quella che è semplicemente una ovvietà e che invece, con l’aria che tira, è passata come una provocazione, cioè che biologicamente parlando, per natura, i generi sessuali sono solo due: maschi e femmine. Ora la Rowling è accusata, in un rapporto di Amnesty International, di aver messo su, nella sua Edimburgo, un centro di supporto alle donne che hanno subito violenza sessuale ascrivibile alla esecrabile (sic!) costellazione “gender critical” o “anti-diritti”. La Moore ricorda come, nel 2022, fosse corsa nella capitale scozzese avendo avuto notizia dalla Rowling stessa del progetto, allora ancora segreto, a cui stava lavorando. Il centro, racconta, avrebbe avuto la propria sede in un bell’edificio, Beira’s Place comprato dalla scrittrice scozzese.
Le donne che si sarebbero rivolte ad esso sarebbero state supportate da un gruppo di esperti altamente qualificato, il tutto all’insegna della massima competenza e professionalità. Come può allora essere che questo luogo di conforto e rifugio per tante donne provate dalla vita, che dovrebbe essere considerato un fiore all’occhiello da un femminismo serio e maturo, sia ora messo all’Indice in un rapporto – A Growing Threat – the Anti-Rights Movement in the UK che ha tutte le sembianze di essere stato promulgato da una sorta di nuova e potente Inquisizione? Le domande che sorgono, in verità, sono tante. La prima concerne la selettività del rapporto. Ad essere censurate come “anti-diritti” sono una miriade di organizzazioni cristiane ma non quelle di ispirazione islamica, le quali dei diritti delle donne fanno strame ogni giorno. Con che faccia si può definire “imparziale” o “neutro” un rapporto informato a tali criteri?
E qui si arriva al secondo punto: spacciare per “neutrale” un rapporto di parte serve a imporre una sorta di “pensiero unico”, delegittimare moralmente chi la pensa diversamente. Assistiamo così alla deriva illiberale di una cultura, quella delle organizzazioni come Amnesty, nate all’inizio degli anni Sessanta sull’onda dei movimenti di emancipazione e di promozione dei diritti umani. Le quali sono diventate col tempo il luogo d’incontro dei tic e delle ideologie di certa sinistra globale e dell’islamismo politico in una innaturale liaison cementata dall’odio per l’Occidente (negli organi direttivi di queste organizzazioni non pochi sono i rappresentanti di stati islamici illiberali). Queste organizzazioni hanno perso la ragion d’essere del loro esistere, cioè la propria identità. Come può, infatti, un’organizzazione nata per difendere i diritti dei prigionieri e dei perseguitati politici occuparsi, in nome di una fumosa “intersezionalità”, di generi e orientamenti sessuali, mettendosi fra l’altro alla ricerca dei non allineati per delegittimarli e escluderli dal consesso (si fa per dire) civile? Domande che restano senza risposte, ma che ci invitano a resistere e a smascherare ogni giorno la “falsa coscienza” dell’età contemporanea.