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Se vincono dem e islamici l'America torna buona

Dal lirismo sovietico di “Repubblica” ("Il chiarore di un’alba") all’ambiguo linguaggio della “Stampa” ("Trump umiliato") fino ad “Avvenire” che esalta il voto "spinto dagli immigrati"
di Giovanni Sallusti venerdì 6 novembre 2026

4' di lettura

La speranza sincera è che quantomeno i colleghi abbiano risparmiato sui costi di stampa. Per confezionare molte prime pagine di ieri, infatti, sarebbe stata più che sufficiente una Rotativa Unica, una sola e ininterrotta catena di montaggio del pensiero (unico). Torna la democrazia in quel Nuovo Mondo che la democrazia dei moderni l’ha battezzata (a costo di tornare un paio di volte in forze nel Vecchio per ripristinarla), l’Orco mercatista ha perso, viva i mercati che festeggiano, e via di seguito, banchettando allegramente sulle spoglie del principio di non contraddizione. Più che giornalismo è dadaismo mono-ossessivo, ma merita di essere riepilogato, perché è un catalogo straordinario dell’ideologia contemporanea.

Anzitutto, una nota metodologica: nessuna tornata di MidTerm della storia ha conosciuto nemmeno la metà della copertura data a questa, ma d’altronde c’era il fascismo da sconfiggere (alle elezioni, risate in sala). Pronti, via, Repubblica brucia tutti, aveva il titolo in canna da giorni: «L’America è di nuovo grande». Che preso alla lettera sarebbe un elogio di due anni di governo trumpiano, nel giochino del ribaltamento sloganistico, accoppiato alla foto di The Donald con capigliatura inverosimile, diventa tic rivelatore del tifo redazionale. Una sorta di politologia negativa: l’America è di nuovo grande perché ha perso Lui, non l’avversario politico-culturale, il Nemico metafisico, il fascista eterno, avrebbe detto Umberto Eco. Non a caso l’editoriale del direttore Stefano Cappellini non ha nulla di analitico, è lirismo puro: «Il chiarore di un’alba». Sorge un nuovo sole sull’America immersa nella salvifica onda blu (e i fanatici sarebbero i Maga). La Stampa non raggiunge analoga forza poetica, ma sembra vibrare di un godimento quasi erotico: «Trump umiliato».

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Non è giornalismo, è bondage da tastiera. Nel fondo, il direttore Antonio Di Rosa si premura di farci sapere che «la democrazia non è morta». Grazie, perfino noi nel nostro piccolo lo sospettavamo, di fronte allo spettacolo di milioni di elettori che si recano a sbarrare la scheda nella più potente società liberal-democratica del globo, ma pensi un po’, nella nostra ingenuità pensavamo che questo dato di fatto non variasse al variare del vincitore, al suo essere gradito o meno in un ufficio di Torino. Il Corriere della Sera ha un respiro diverso, tutela le apparenze, eppure in quel “Trump sconfitto e isolato” non si aggira meno parzialità. Il quadr(ett)o è quello di un ex comandante in capo relegato ai giardinetti sul fiume Potomac, ma in via Solferino dimenticano che sia George W. Bush nel 2006 che Barack Obama nel 2010 presero una solenne scoppola alle Midterm, e proprio per questo accelerarono anche a colpi di decretazione sulla loro visione di politica internazionale: altro che “isolati”, furono più assertivi nel mondo, non meno.

Ma toccherebbe comprendere i meccanismi della politica americana, o perlomeno studiarli. Molto meglio rifugiarsi nella retorica del ritorno della libertà nel suo luogo d’elezione, un filone inflazionato ma da cui con uno sforzo di zelo si può ancora ricavare un titolo ad effetto. Voilà allora la “Ventata democratica” annunciata da Avvenire con un grado di distacco un filo inferiore a quello con cui il Quotidiano del Popolo cinese riferisce le iniziative del compagno Xi. Per il «quotidiano di ispirazione cattolica», par di capire, quel 50% circa di cattolici americani che ha votato Repubblicani era ancora intrappolato in uno stato di soffocante bonaccia sovranista, spazzato via dal turbinio refrigerante dell’“onda blu”, spinta «soprattutto dal voto degli immigrati». Il linguaggio, come sempre, è decisivo: non sono latinos, non sono afroamericani, sono «immigrati», perché il quotidiano sarà anche di ispirazione cattolica, ma è di rito immigrazionista. Il Fatto travagliato, invece, ha una mission più espressamente politica, portare acqua al mulino narrativo dell’ultrapacifista e terzomondista Giuseppe Conte, quindi ripesca di peso Ettore Petrolini sparando a caratteri cubitali «A me m’ha rovinato la guerra», con profilo abbacchiato di Trump. Il quale, ci informa il sommario, ha perfino «accettato l’esito» del voto, come se ciò fosse stato in dubbio fino all’ultimo, come se fosse già pronto un golpe guidato dal complesso militare-industriale (molto più allineato ai Democratici in questo momento storico, ma non sottilizziamo).

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