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Giù le tasse ai petrolieri e stop ai vincoli europei

I prezzi alla pompa sono alti perché le compagnie fanno profitti? No, caso mai è vero il contrario. Le compagnie fanno profitti perché i prezzi alla pompa sono alti
di Fabio Dragoni martedì 7 aprile 2026

4' di lettura

Il governo di Giorgia Meloni in risposta al caro benzina dovuto alla nuova guerra nel Golfo ha tagliato le accise su benzina e diesel, prorogando la misura fino al 1° maggio. Misura standard. Il sollievo (per gli automobilisti) o il costo (per lo Stato) è previsto in circa 500 milioni. Nessun impatto sul deficit perché, ad esempio, aumenta l’incasso Iva dovuto al maggior costo del carburante. Una partita di giro, almeno parzialmente. È una buona idea? «Sono favorevole alla riduzione delle tasse sotto ogni circostanza, e con qualunque scusa, per ogni ragione, non appena sia possibile». Avrebbe risposto Milton Friedman. E noi con lui.

Ma dovremmo sforzarci di fare una riflessione in più. La crisi che viviamo, al momento visibile con i prezzi in aumento alla pompa della benzina e un po’ anche al supermercato, è dovuta a una riduzione dell’offerta (petrolio e soprattutto carburanti) causata dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Più che di soldi dovremmo quindi parlare di litri e di kg. Abbassare artificialmente il prezzo non risolve il problema. Avere più litri di carburante a parità di domanda invece sì che lo risolve. Aumentando l’offerta a parità di domanda il prezzo diminuisce.

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Il focus deve quindi spostarsi sui produttori. E qui entra in gioco una seconda misura. Non applicata ma ideata e proposta da Italia, Spagna, Germania, Austria e Portogallo. Tassare gli extra profitti delle compagnie energetiche. È una buona idea? Qui la risposta è “No”. Ma non tanto perché siamo allergici all’aumento delle tasse ancorché verso gli odiati petrolieri. Qui il punto è di pura logica. I prezzi alla pompa sono alti perché le compagnie fanno profitti? No, caso mai è vero il contrario. Le compagnie fanno profitti perché i prezzi alla pompa sono alti. E sono alti perché “scarseggiano” i litri di carburante. Non tanto ora quanto in prospettiva. Quindi si ritorna al punto di prima.

Dobbiamo aumentare l’offerta! E fra il petrolio e la tua autovettura ci sta nel mezzo la raffineria che trasforma il petrolio in tante altre cose fra cui il carburante. In Italia abbiamo dieci raffinerie. Meno delle 17 di qualche anno fa. Purtroppo finite quasi tutte in mani straniere. Ma viaggiano al 70%-80% della loro massima potenzialità. Quindi potrebbero aumentare la produzione. Qui però entrano in gioco i maledetti Ets; certificati in parte assegnati gratuitamente ed in parte acquistati sul mercato finanziario. Chi emette CO2 e gas serra, come appunto le raffinerie, deve acquistarne e tanti.

«Quantificare puntualmente quanto spendono le raffinerie in Italia per emettere CO2 acquistando Ets è arduo. Ma si possono ragionevolmente stimare gli ordini di grandezza» mi dice Gianclaudio Torlizzi fondatore di T Commodity e consigliere del Ministero della difesa. «Il range realistico delle loro emissioni va da 10 a 15 milioni di tonnellate in un anno. Il prezzo degli Ets a tonnellata è di 70-80 euro. Molto più alti ai 10-20 che si spendono in tante altre parti del mondo fuori dall’Ue. Tenuto conto che ci sono ancora allocazioni gratuite di tali certificati e dei guadagni di efficienza possiamo ragionevolmente stimare un costo netto sopportato dalle raffinerie in Italia compreso in un range fra i 400 e gli 800 milioni annui». In pratica tagliare in maniera quasi impercettibile per l’automobilista le accise, come ora, può costare almeno sei miliardi in un anno. Invogliare le raffinerie a produrre di più rimborsandogli gli Ets può costare dieci volte di meno ed essere molto più efficace per le tasche dei consumatori. Dovremmo cioè abbassare e non aumentare le tasse agli odiati petrolieri.

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Fare questa scelta significa ovviamente aprire non uno ma tre fronti contro Bruxelles: (1) mandare in soffitta gli Ets significa cancellare il Green New Deal e paesi come Francia e Spagna che hanno centrali nucleari - e quindi il problema CO2 non è così sentito - ci rispondono picche. (2) Violeremmo la normativa sugli aiuti di Stato e favoriremmo un settore rispetto ad un altro, e la Germania, che ha spazio fiscale per farlo lei, a noi non lo farebbe fare. (3) Ergo va mandato in soffitta il Patto di Stabilità e Crescita. Non mandare le navi a Hormuz, ci sta.

Ma un’azione di forza manu militari per cancellare Green Deal e patto di Stabilità ci sta tutta. Anche perché la maggioranza deve prendere atto che lo scenario è cambiato rispetto a cinque mesi fa. Contava di fare una legge di bilancio “elettorale” uscendo dalla procedura di infrazione. Ma questa è rimasta (visto il rapporto deficit/Pil del 3,1% e non del 3%) e in più c’è la guerra. E quando siamo in guerra o si combatte o si muore. Meglio combattere.

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