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Ue, spesi 900 miliardi per un nuovo lockdown

di Fabio Dragoni lunedì 20 aprile 2026

3' di lettura

Utile come una forchetta per mangiare la minestra, sta arrivando il piano di emergenza della Commissione Ue per fronteggiare la crisi energetica. In che consiste il piano che intenderebbe dare all’economia un «sollievo immediato»? Risposta: ridurre la domanda. In pratica la recessione. Che non è la conseguenza della crisi ma la risposta per fronteggiarla. Un capolavoro verrebbe da dire. Non manca il solito richiamo al “migliorare l’efficienza”. Ma da decenni ci sta pensando l’economia da sola ad utilizzare il greggio con più parsimonia. Lo sanno a Bruxelles? L’indice di intensità di petrolio misura quanti barili servono per produrre mille dollari di Pil. Nel 1970 era pari 0,9. Oggi occorre meno della metà di un barile di petrolio (0,4 per la precisione). Arriva in tavola ovviamente la solita panzana della transizione energetica. «Se la quota delle energie rinnovabili nel nostro mix energetico continuerà a crescere al ritmo attuale», diceva a Praga Ursula Von Der Leyen il 26 settembre 2023, «presto saremo protetti dai prezzi elevati dei combustibili fossili importati, perché le rinnovabili sono molto più economiche.

Dobbiamo quindi mantenere la rotta, per rendere l’energia pulita e a basso costo disponibile per l’Europa». Perfetto. Abbiamo una situazione in cui dimostrare quanto siamo immuni dall’aumento del prezzo del petrolio. E invece nulla. In Ue abbiamo buttato nel cesso (pardon investito) qualcosa come 900 miliardi negli ultimi 25 anni per aumentare la potenza installata di energia rinnovabile. Soldi spesi dagli utenti in bolletta, specifichiamolo. Dal 2000 al 2025 la potenza installata di fotovoltaico ed eolico passa da 13 ad oltre 650 GW. In pratica quasi 50 volte tanto. In termini sempre di potenzialità produttiva si arriva al 60% del totale. In termini di produzione effettiva siamo invece al 30%.

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Quindi se dopo tutti questi sforzi siamo ancora a proporre lo smart working possiamo dire che la missione è fallita? Oppure ce ne vuole ancora? Sì ma quando è che basta? Nelle bozze di raccomandazione fa capolino un aggettivo immancabile nel linguaggio di questi incapaci. «Ambizioso» in ogni documento Ue non manca mai. Secondo Bloomberg verranno fissati «target ambiziosi ma non divulgati» per l’elettrificazione dei consumi. E si parla di sussidiare i trasporti pubblici e abbassare l’Iva su pompe di calore, caldaie e pannelli solari. Poi si entra dritti nell’Unione Sovietica Europea con gli «schemi di leasing sociale per tecnologie pulite ed efficienti» per le auto elettriche (che nessuno vuole) e batterie di piccola scala.

La Commissione aiuterà (grazie non compriamo niente) gli Stati a progettare altri inutili meccanismi di dirigismo economico quali «schemi di price cap», sostegni al reddito e valuterà le windfall taxes nazionali. Cioè tasse sugli extra profitti. «Se ci troviamo di fronte a carenze energetiche, è nostra responsabilità assicurarci che i cittadini sappiano cosa possono fare per ridurre i consumi» è la raccomandazione di questi geni. «Non stiamo mica gestendo la vita delle persone» fanno sapere. Ed invece è proprio ciò che intendono fare dopo l’esperienza del Covid. Il lockdown diventa la risposta standard ad un’emergenza sanitaria o energetica che sia. Un dispositivo di controllo semi permanente che introduce la riduzione della domanda, e quindi la recessione, come strumento per fronteggiare una crisi. La crisi economica come risposta e non come conseguenza. Ovviamente il difetto sta in origine. Come possono gli stati nazionali delegare ad organismi irresponsabili da un punto di vista democratico, in quanto non rispondenti agli elettori, la gestione di un’emergenza che invece richiede l’assunzione di scelte politiche? Stiamo ormai vivendo in un mondo dove tutti litigano.

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Il just in time, vale a dire l’abolizione del magazzino «tanto compro ciò che serve quando mi serve da chi mi serve in tempo reale», è un modello che non regge più. Gli Stati devono tornare a fare una cosa che sembrava passata di moda: la cosiddetta politica industriale. Cose come promuovere la costruzione di una filiera (si pensi alla raffinazione del petrolio), insediarla nel territorio nazionale, controllarla nei punti nevralgici con adeguati dispositivi. Altro che leasing sociale per le biciclette elettriche.

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