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Investitori in fuga dai listini europei, l'unico porto sicuro rimane l'America

Vertici, riunioni, strategie, rivendicazioni. Invece di continuare a sparare raffiche di chiacchiere e muscolari dichiarazioni d’intenti, all’Europa basterebbe dare ogni tanto un’occhiata ai mercati per capire come funziona il mondo
di Sandro Iacometti lunedì 20 aprile 2026

3' di lettura

Vertici, riunioni, strategie, rivendicazioni. Invece di continuare a sparare raffiche di chiacchiere e muscolari dichiarazioni d’intenti, all’Europa basterebbe dare ogni tanto un’occhiata ai mercati per capire come funziona il mondo. Che non ruota intorno al nuovo nemico dell’Occidente Donald Trump ma più semplicemente agli Stati Uniti. Quel paesino che, chiunque ci sia al comando, resta la principale potenza non solo militare ma anche economica del pianeta. Qualcuno si è chiesto per quale motivo nel bel mezzo di una crisi che, secondo molti espertoni, è la più devastante del dopoguerra, Wall Street stia viaggiando verso nuovi record? Certo, la speranza della pace e dello sblocco del famigerato Stretto di Hormuz ha dato la spinta. Ma c’è dell’altro.

La realtà, come spiega numeri alla mano un’analisi della Reuters, è che quando la situazione si mette male e l’incertezza regna, gli investitori non vedono miglior porto sicuro che i listini statunitensi. Tecnicamente si chiamano operazioni TINA (“there is no alternative”), ovvero non c’è alternativa. Secondo i dati di LSEG/Lipper, citati da Reuters, gli investitori globali hanno investito un netto di 28 miliardi di dollari in azioni statunitensi dalla vigilia dell'annuncio del cessate il fuoco, di cui quasi 23 miliardi di dollari provenienti dai soli investitori statunitensi. Fino a quel momento dell'anno, avevano ritirato un totale netto di 56 miliardi di dollari. Ovviamente non per sfiducia negli Usa ma per andare a caccia di migliori occasioni di guadagno.

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Le speranze legate al cessate il fuoco e le scommesse sullo scenario in continua evoluzione hanno però cambiato lo scenario e focalizzato i flussi sui mercati con le prospettive più promettenti. E i primi segnali provenienti dalla stagione degli utili hanno suggerito che l'economia statunitense rimane solida. Risultato: mentre la maggior parte dei principali mercati azionari si è limitata a recuperare le perdite causate dalla guerra (e già questo la dice lunga su chi prevede l’apocalisse), l'indice S&P 500 è salito del 2% rispetto ai livelli prebellici.

Un ritmo superiore al rimbalzo successivo ai dazi (anche lì c’era chi annunciava la fine del mondo). «Abbiamo subito il quarto shock esogeno in sei anni, non sorprende che si torni all'economia che ha registrato le migliori performance nel lunghissimo termine, che sta investendo di più nel breve termine e che sta producendo i risultati migliori», ha spiegato Michael Browne, stratega globale degli investimenti presso il Franklin Templeton Institute di Londra. Altro che volenterosi.

Secondo Jim Caron, responsabile degli investimenti presso Morgan Stanley Investment Management, che gestisce quasi 2 trilioni di dollari, si è verificato un cambiamento rispetto al consenso generale secondo cui le azioni europee avrebbero sovraperformato quelle statunitensi entro il 2025: «Non pensiamo più sia così. Anzi, stiamo valutando la possibilità di ridurre il nostro sovrappeso sull'Europa, arrivando addirittura a un sottopeso, a favore di un sovrappeso sugli Stati Uniti». E la teoria che Trump sta distruggendo tutto, a partire dall’economia Usa? I dati raccontano un’altra storia. Da un rapporto di Bank of America emerge che i fondi azionari sudcoreani hanno registrato un deflusso record di 2,5 miliardi di dollari nell’ultima settimana, mentre le azioni europee hanno registrato un calo di 4,7 miliardi di dollari, il più consistente dal novembre 2024.

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