La Francia si protende da circa un cinquantennio, dai tempi del primo governo Mitterrand, in Arabia Saudita e nelle nazioni sunnite del Golfo, approfittando, soprattutto dopo la guerra nordamericana in Iraq del 2003, della necessità di queste ultime di possedere un apparato di difesa tale da porle in sicurezza contro l’aggressività sciita e la penetrazione russa e cinese. Il malcontento di queste medie potenze contro gli Stati Uniti era ed è profondo, perché vedevano un tempo- dinanzi ai loro occhi - indebolirsi quell’antemurale che Saddam Hussein aveva elevato contro gli sciiti dell’Iran in una lunghissima, decennale guerra.
Guerra che aveva sconvolto il Grande Medio Oriente, ma che aveva impedito un prolungamento territoriale iraniano oltre il Golfo Persico. Prolungamento che - finita la guerra tra Iran e Irak provocava, da allora sino a oggi, nel terrorismo sciita in Libano, in Siria e in Egitto, quella lunga scia di sangue che doveva colpire incessantemente soprattutto Israele, così come dimostrano le vicende di questi terribili giorni di guerra, scatenati dal pogrom di Hamas che sembra ormai dimenticato sotto i colpi di una propaganda antisemita che dilaga a macchia d’olio. Propaganda alimentata dalla Cina e dalla Russia: potenze filo iraniane, che sostengono ogni forma di terrorismo anti israeliano e anti nord americano Jean-Noël Barrot, ministro degli Esteri francese, in questo clima terribile di guerra aperta nel Grande Medio Oriente, ha appena concluso un viaggio commerciale caratterizzato da quella postura diplomatica classica che solo la tradizione francese da Taylerand in poi sa imbandire con quella classe che fa certo piangere di nostalgia, se la confrontiamo con le carnevalate di Trump. Però - di questi tempi - il carnevale può essere una festa - certo volgare e dilettantesca, ma che raggiunge ahimè assai più risultati - se si ha di mira la lotta al terrorismo internazionale in salsa sciita e cinese, con in più quella spruzzatina di aggressività russa che non può mai mancare.
Il tutto mentre nel cuore dell’Europa - intendo qui l’Europa vera, quella delle nazioni e non quella caricatura tragica dell’Ue - ossia la Germania, ebbene sì la Germania, l’Europa vera si è ritrovata con una Germania governata altrettanto tragicamente da quella caricatura di Bismarck che passa sotto le spoglie del Cancelliere Friedrich Merz. Cancelliere che si illude di costruire in quattro e quattr’otto un esercito prussiano e, così sognando, non perde mai occasione di dimenticare quanto i tedeschi e noi tutti dobbiamo agli Stati Uniti, Trump o non Trump. In politica estera le due potenze europee, Francia e Germania- senza le quali il nostro continente non esiste politicamente ed economicamente - non solo si fanno la guerra e sono in concorrenza permanente, ma entrambe si ritrovano unite in un solo caso, nella polemica contro l’America, a cui non sanno contrapporre una politica internazionale degna di questo nome che sia, appunto, unitaria o quantomeno coordinata, con obbiettivi comuni, Eppure proprio di questo il mondo ha bisogno: di una politica estera all’altezza della sfida del nostro tempo che dopo il crollo dell’Unione sovietica, la traballante ma sempre più pericolosa crescita cinese e l’emersione delle medie potenze- in costante guerra tra loro - diviene una necessità sempre più inderogabile.
Questo bisognerebbe dire all’orecchio del Cancelliere più alto d’Europa e meno consapevole di tutto l’universo mondo di quali siano gli interessi della Germania e della vecchia, esausta ma straordinaria vecchia Europa, che solo con l’anglosfera può continuare a contare, in guerra e in pace, in questo esausto pianeta. Dobbiamo ritornare a rendercene conto, con quell’esercizio di sano realismo che pare oggi scomparso.