(Adnkronos/Cinematografo.it) - Successivamente, Vicari ha dovuto selezionare i testimoni adatti da intervistare: "Considerando l'impatto delle immagini, io e Antonella abbiamo privilegiato persone capaci di narrare e narrarsi senza reticenza. Volevamo che si donassero completamente alla macchina da presa e abbiamo costruito un set bianco proprio perche' parlassero senza distrazioni. Alla fine loro stessi si stupivano di quello che erano riusciti a esprimere, quasi si fosse trattato di una seduta psicanalitica". Sulla differenza tra il dirigere attori e intervistare persone "reali", Vicari scinde la questione tra lato artistico e lato umano: "Nel primo caso non c'e' alcuna differenza, entrambi ritrovano dentro se stessi un'emozione, con la variante che il testimone l'ha vissuta, l'interprete no. Nel secondo, la questione e' piu' complessa. "A un attore posso chiedere tutto, anche di ricreare un trauma profondo davanti a me. Non sarebbe morale se facessi altrettanto con qualcuno che un'esperienza simile l'ha provata. Posso solo aspettare si sveli, quindi intesa e rispetto reciproco sono importantissimi. Se lo forzassi, sarebbe tutto inutile e lo spettatore sarebbe il primo ad accorgersene. Personalmente non amo la tv del dolore, eppure, a volte, il cinema trova un suo senso proprio nei territori dell'irraccontabile: altrimenti a cosa servirebbe la narrazione?", conclude Vicari.




