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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di francesca Belotti domenica 21 febbraio 2010

3' di lettura

Marco Travaglio deve tutta la sua fortuna ai giudici. Fino al 1992 egli era infatti il vice corrispondente da Torino del Giornale e sostituiva il titolare dell’ufficio quando questi era impegnato. Non ci fosse stato il Pool probabilmente avrebbe continuato a inviare dal capoluogo piemontese pezzi sulle liti condominiali e sugli infortuni alla Fiat o a scrivere articoli sotto pseudonimo come quelli che spediva alla Padania. Ma in quei primi anni ‘90, quando i pubblici ministeri sferrarono un formidabile attacco contro la politica, per lui arrivò l’occasione della vita. Lì cominciò a capire che fotocopiando gli atti giudiziari si potevano ottenere soldi e fama: opportunità che non si fece scappare. I suoi articoli, in seguito i suoi libri, diventarono né più né meno i mandati d’arresto e le richieste di rinvio a giudizio in bella copia. Lui traduceva ciò che pm e giudici scrivevano in cattivo italiano. Ovviamente, trasformandosi nell’ufficio stampa della Procura in un momento in cui i magistrati erano al massimo della notorietà, Travaglio ne beneficiò alla grande: per questo è così devoto ad Antonio di Pietro e ai suoi emuli e non fa mai mancare loro il suo sostegno, soprattutto quando sbagliano. Questo preambolo serve per farvi capire chi è il Robespierre che da qualche anno imperversa sui giornali e alla tv e per spiegare la sua reazione ad Annozero, quando è bastata una semplice contestazione del collega Nicola Porro e del sottoscritto a mandarlo in bestia. Essendo discepolo dei pm, Travaglio è abituato a recitare solo l’atto d’accusa, mai la difesa, per cui quando tocca a lui giustificarsi non sa che dire e reagisce insultando, lasciandosi andare ad autentici scatti d’ira, segno di un’impotenza che fa fatica a essere repressa. L’altra sera a fargli perdere la testa è stato il nome di Pippo Ciuro, ex sottufficiale di polizia giudiziaria in forza alla Procura di Palermo, il quale tempo fa organizzò le vacanze del simpatico giornalista e di un pm di cui Travaglio canta spesso le lodi. Peccato che Ciuro oltre che con Marcolino fosse in confidenza anche con un boss della mafia e per questo poi fu condannato. Storia nota, raccontata la prima volta da Giuseppe D’Avanzo su Repubblica, il quale provò a spiegare a Travaglio che con il metodo da lui usato per impiccare gli altri si poteva tranquillamente impiccare anche lui, accusandolo di cattive frequentazioni e gettando ombre sul suo passato. Già allora il sub-direttore de Le Manette Quotidiane reagì a male parole, minacciando il collega. Poiché è cresciuto fra i pm, la spalla di Santoro crede infatti d’essere intangibile come loro. Per lui ogni piccolo sospetto è un reato di lesa maestà. Probabilmente avesse avuto a disposizione un gip l’altra sera avrebbe fatto arrestare me e Porro seduta stante e ci avrebbe fatto tradurre in prigione gettando la chiave. L’alta concezione che ha della sua funzione la si desume anche dalla lettera che ha scritto ieri al suo compagno di merende del giovedì, rivolgendosi a lui per una pratica a tutela, come i giudici fanno col Csm. Travaglio vorrebbe che Santoro lo liberasse da chiunque osa anche solo contraddirlo. Vorrebbe perfino che il sottoscritto e Porro fossero cancellati dall’Ordine dei giornalisti. Non gli piace chi gli ricorda Ciuro né chi contesta le sue ricostruzioni. Lui vuole poter dire ciò che gli pare senza che ad altri sia consentito il diritto di replica, altrimenti perde la pazienza. Dietro questo metodo e questa fragilità si cela un’aria arrogante. Ne ho avuto prova quando lo beccai a lavorare per Furio Colombo, il direttore dell’Unità, che lui aveva tirato in ballo all’epoca di Mani pulite per essere stato presidente di una banca di Nassau da cui partivano le tangenti e il pizzo per Cosa Nostra. Non sapendo come difendersi, all’inizio negò di avere scritto quelle cose: non gli andava di perdere il posto o di essere messo in cattiva luce col nuovo direttore. Poi, quando io riprodussi i brani del libro da cui avevamo tratto l’informazione, Travaglio ricorse all’insulto. Già allora mi fu chiaro con chi avessi a che fare: un piccolo fascistello che per opportunismo si era venduto l’anima alla sinistra  e una volta preso in castagna era pronto a negare, negare, negare. Come certi pm.

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