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L'editoriale

di maurizio belpietro
di Giulio Bucchi domenica 28 novembre 2010

3' di lettura

Quando fra un po’ di tempo a qualcuno verrà in mente di studiare i passaggi cruciali di questa legislatura, non potrà prescindere dal ruolo avuto da Italo Bocchino. Perché, ammesso e non concesso che questi mesi siano materia di studio, il peso del capogruppo di Futuro e Libertà nello scontro tra Fini e Berlusconi non potrà essere dimenticato.  Come ho già scritto, per quel che mi riguarda su di lui ho avuto per lungo tempo un pregiudizio positivo. Avendolo conosciuto quando era l’aiutante di campo di Pinuccio Tatarella, avevo imparato ad apprezzarne l’intelligenza e anche una certa dose di ironia, che me lo aveva fatto stimare come uno dei pochi politici non convenzionali su piazza.  Con il passare degli anni i due tratti distintivi hanno preso un’altra forma. L’intelligenza ovviamente c’è sempre, ma si è piegata alla furbizia, la quale ha preso il posto dell’ironia. Un furbo intelligente è pericoloso e, se non si fa riguardi di usare in maniera spregiudicata le proprie doti, può fare anche danni. E di danni Italo ne ha già fatti e probabilmente altri ne farà. Certo, Gianfranco Fini ci ha messo del suo, in particolare l’acredine nei confronti di Berlusconi, ma Bocchino completa l’opera, superando, se possibile, il suo datore di lavoro. Al servizio del presidente della Camera si è messo relativamente da pochi anni, più o meno da quando la sua corrente dentro An  - Destra protagonista -  è stata congelata. Ciò nonostante, ha imparato subito il mestiere, che consiste nel colpire il Cavaliere con ogni mezzo. Applicatosi al nuovo lavoro, Italo non passa giorno che non escogiti qualcosa da scagliare  sul cammino del Cavaliere al fine di ostacolarlo. Visti i risultati, nel genio guastatori  avrebbe fatto senza dubbio carriera, sopravanzando il suo stesso generale. Il quale spesso sembra procedere a rimorchio dell’attendente, quasi come se ne fosse scavalcato e costretto a inseguirlo. Anche l’ultima bomba lanciata contro il premier è opera sua. Italo, che nell’ultima settimana era stato oscurato dalla controffensiva di Berlusconi, si è lanciato sulla questione del simbolo a corpo morto, come un vero kamizake e, pur sapendo che l’ordigno era caricato a salve, non ha esitato un istante, continuando a dire nel corso della giornata che il nome del PdL non può essere usato dal Cav in quando di proprietà anche di Fini. Una questione di poco conto, ma necessaria a mascherare le difficoltà del neo partito, il quale per la prima volta pare rendersi conto che il presidente del Consiglio potrebbe non cadere a breve. C’è chi ha scorto le impronte di Italo anche nell’affare Carfagna, non già per la nota amicizia tra lui e la ministra, quanto per la tempestività con cui è esploso il caso: proprio a poche settimane dal voto decisivo e, guarda caso, mentre Fli cominciava a perdere qualche colpo. La gioiosa macchina da guerra che doveva asfaltare Berlusconi alle prove generali è infatti finita fuori strada. E, nonostante gli sforzi di Bocchino, rimetterla in carreggiata appare impresa ardua.  Anche ieri, mentre gli sguardi erano concentrati sul simbolo conteso, se ne è avuta prova. Innanzi tutto per l’esiguo numero di intellettuali che hanno firmato il manifesto del presidente della Camera:  dovevano essere cento e la lista si è fermata a 63, e non tutti di primo piano. E poi anche per la scarsità di aderenti al nuovo partito. Ne erano stati annunciati centomila, ma  all’atto della conta non raggiungerebbero neppure un quinto di quella cifra, al punto da indurre Fini ad appellarsi agli immigrati. Insomma, nonostante il lavoro fatto da un incendiario di talento come Italo, l’uomo che sfotteva Berlusconi, sostenendo che l’insuccesso gli aveva dato alla testa, proprio grazie al suo più fedele aiutante rischia di fare quella fine. Anzi, visto il fallimento della sottoscrizione e l’invito agli extracomunitari a intrupparsi con lui, i più perfidi Fini l’hanno già ribattezzato Macchietta nera. Chissà come chiameranno Bocchino.

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