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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Maria Acqua Simi sabato 13 febbraio 2010

3' di lettura

Domenica il Riformista e il Fatto, due quotidiani che non hanno nulla in comune, avevano in comune lo stesso titolo di prima pagina: «La svolta di Salerno».  Tema: il trattamento riservato al sindaco della città campana  durante il congresso dell’Italia dei valori che, a giudizio di entrambi i giornali, rappresenterebbe  un cambio di direzione del  partito di Antonio Di Pietro. Il ragionamento è più o meno il seguente: se una vecchia volpe come Vincenzo De Luca, nonostante abbia pendenti sulle spalle un paio di processi, viene applaudito dai militanti dell’ex pm e addirittura candidato per il posto di Bassolino, qualcosa sta cambiando. A corroborare l’opinione di Antonio Polito, direttore del Riformista, e Marco Travaglio, sub direttore del Fatto, è poi la frase di Tonino sulla protesta di piazza, la quale non basterebbe più  a far cambiare le cose. Di qui l’idea che il mezzadro con la toga si sia imborghesito e si appresti a metter le pantofole, rinunciando alla lotta giudiziaria che lo ha reso famoso e gli ha pure fatto conquistare un posto nel Pantheon della politica nazionale, oltre che uno in Parlamento. In realtà non c’è nessuna inversione di marcia e neppure un pentimento: Tonino resta quello di sempre, un gran furbacchione che sa  girare ogni situazione a suo favore, facendosi beffe di tutti, in particolare  dei suoi elettori. Per rendersene conto basta analizzare ciò che ha detto dal palco del Marriott e confrontarlo con ciò che aveva dichiarato in passato.  Cominciamo con la democrazia interna, che è quella che più gli veniva rinfacciata, perché inesistente. L’altro giorno s’è fatto pure battere su una sua mozione pur di far credere di non essere il padre padrone del partito. Al fondo delle cose, invece il capo resta sempre lui e infatti quando si è trattato di votare c’era solo il suo nome, mica quello dei concorrenti.  Anzi: nonostante le promesse il nome è rimasto ben impresso nel simbolo del partito, come a dire: l’Idv sono io. Che poi se ci fossero dubbi basta dare un’occhiata alla cassa, quella dei famosi 56 milioni di euro che Di Pietro ha incassato o sta per incassare dallo Stato a titolo di rimborso per le campagne elettorali. Per rispondere alle accuse di chi diceva che l’Italia dei valori è un partito a conduzione familiare, in particolare quando si sfiora l’argomento soldi, l’ex pm aveva promesso di cambiare registro, così da rendere trasparente la gestione del denaro. Invece è tutto uguale a prima e alla fine il rendiconto della gestione continua a esser fatto fra amici e parenti, come se il finanziamento pubblico del partito fosse cosa loro e non dell’organizzazione. Neppure sulla promessa di levarsi di mezzo nel giro di tre anni c’è da far tanto affidamento. Nonostante i giornali l’abbiano interpretata come una gran novità, Tonino l’aveva già annunciata nella primavera del 2006, sull’onda della vittoria di Prodi. Anche allora giurava che più poi che prima avrebbe fatto un passo indietro, ma in realtà sta ancora lì, alla guida del partito. Insomma, quelli del leader dell’Idv sono giochi di parole. Non c’è nessuna svolta, nessuna mutazione genetica.  Di Pietro resta Di Pietro, quello di sempre, che finge di andare in pensione quando per lui l’aria si è fatta irrespirabile e rispunta in Parlamento con i voti dei compagni toscani. Uno che vuole lasciare fuori dall’aula gli inquisiti, ma poi candida un imputato sotto processo per concorso in truffa e concussione alla guida della Regione Campania. Perché Di Pietro è così. Guai dunque a sottovalutarlo o a pensare che sia un fenomeno in estinzione. Ne sa qualcosa D’Alema che lo candidò nel Mugello pensando di disinnescarlo. Adesso la bomba ce l’ha in casa, pronta ad esplodere, con effetto ritardato, ma micidiale. Auguri.

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