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L'editoriale

di Fausto Carioti
di Maria Acqua Simi sabato 27 febbraio 2010

3' di lettura

Era ovvio che la pace tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sarebbe durata poco: troppo profonde sono le differenze tra i due co-fondatori del Popolo delle Libertà sui temi più importanti - la riforma della giustizia, le questioni bioetiche, i diritti e i doveri degli immigrati, la legge elettorale, l’assetto e la natura del PdL - per credere che sarebbe bastato sedersi un paio di volte allo stesso tavolo per cancellarle. Però era lecito attendersi - questo sì - che la tregua durasse almeno sino al giorno dopo le regionali. Mettersi a discutere davanti agli elettori, in questo momento, non conviene a nessuno: né a Berlusconi, né a Fini, né ai loro candidati. Invece, è proprio quello che sta avvenendo. Complice l’offensiva giudiziaria delle procure, Fini e i suoi hanno capito di avere davanti un terreno, quello delle leggi per la moralizzazione della politica, su cui Berlusconi agisce da neofita, e hanno deciso di non fargli sconti. Berlusconi vuole nuove regole anti-corruzione? Loro di più. Berlusconi attacca i magistrati titolari dell’inchiesta su Guido Bertolaso? Loro li difendono. Non passa giorno in cui il presidente della Camera non rivendichi con puntiglio le sue posizioni. Ieri lo ha fatto sull’immigrazione: «La mia opinione non coincide al cento per cento con quella del presidente del Consiglio, e questo è notorio», ha detto Fini, ed è difficile dargli torto. Due giorni fa il presidente della Camera aveva preso le distanze dal premier sul sistema elettorale: a Berlusconi va bene quello attuale, Fini vuole reintrodurre i collegi uninominali. Il giorno prima, la materia del contendere erano stati i magistrati che avevano avviato l’inchiesta sulla Protezione civile: per Berlusconi si devono «vergognare»; per Fini, ovviamente, no. L’ex leader di An non è il solo fronte interno per Berlusconi. Non è un mistero, ad esempio, che Giulio Tremonti non abbia intenzione di dare il via libera a quelle riforme fiscali e a quegli interventi che Claudio Scajola, Renato Brunetta e altri ministri - d’intesa con Berlusconi - ritengono necessarie. Accanto a questo scontro evidente a tutti, si sta svolgendo una guerra fredda dietro le quinte, che per ora consiste nello schierare i pezzi nei punti giusti. I primi a muoversi sono stati gli ex di An, più abili a maneggiare il gioco delle correnti, se non altro perché lo conoscevano molto bene già prima di entrare nel PdL. Ora stiamo assistendo alla risposta di Berlusconi e dei suoi fedelissimi. Ieri sono stati presentati i Promotori della libertà di Michela Brambilla. Idea del premier, manco a dirlo: invece di sciogliere i movimenti dentro il PdL, come aveva sancito il congresso, li rilancia, in modo da avere a portata di mano una base di ultrà non irregimentati dagli schemi del partito. Da Forza Italia a Forza Silvio, passando per il PdL. Intanto si stanno diffondendo i Club della Libertà di Mario Valducci e Giorgio Stracquadanio, giunti a quota cinquecento e probabilmente destinati a confluire con la “Task Force Italia” di Franco Frattini e Micaela Biancofiore. Tutti berlusconiani duri e puri, la cui prima preoccupazione è evitare che i finiani possano arrivare troppo in alto negli organigrammi del partito: l’ipotesi di vedere un abile tessitore di trame come Italo Bocchino diventare vice di un ipotetico cooordinatore unico come Sandro Bondi, ad esempio, non è molto gradita. Da circoli e club il presidente del Consiglio si attende anche l’organizzazione di campagne su temi particolari (iniziando dalle tasse, ovviamente, e pazienza se Tremonti non sarà d’accordo) e che svolgano il ruolo di raccoglitori di iscrizioni al PdL. «Perché se quelli di An vogliono la battaglia congressuale a colpi di iscritti, siamo pronti a dargliela», spiega uno degli organizzatori di questa “rifondazione berlusconiana”. Che già ieri, alla Camera, ha lanciato un primo segnale: alla votazione del provvedimento che secondo i finiani dovrebbe impedire le infiltrazioni della criminalità organizzata nelle liste elettorali (e che secondo i  critici rischia invece di mettere i partiti nelle mani delle associazioni mafiose), ci sono stati 35 astenuti e 70 assenti: tutti uomini del premier. Sono i primi segnali di ciò che accadrà nel dopo-Berlusconi, problema che comunque si porrà tra molto più tempo di quanto sperino i suoi avversari. La brutta notizia è che i carrarmatini di questo Risiko, tutto interno al PdL, presto inizieranno a darsele di santa ragione. La buona notizia è che nei partiti veri succede (anche) così.

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