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Stato-mafia, Filippo Facci contro Marco Travaglio: "Oggi Indro Montanelli lo prenderebbe a schiaffi"

di Filippo Facci venerdì 24 settembre 2021

 Marco Travaglio

3' di lettura

«Sentenza storica» è un’espressione che ci sta tutta, perché si è dissolta una coltre spaventosa di fandonie successive al 1992, quando, dapprima legittimamente, Mani pulite indagò sulla corruzione mentre «Mafia e appalti» di Falcone e Borsellino indagò sui rapporti tra mafia e imprenditori e politici, indagini che poi sono diventate tutt' altra cosa: un depistaggio durato trent' anni. Prese il via una tetra narrazione che coincise con la criminalizzazione dei partiti (distrutti in buona parte) e a Palermo criminalizzò pezzi dello Stato con la complicità vergognosa di alcuni media e l'indifferente connivenza anche dei media maggiori. Ora il depistaggio è finito e non c'è più un solo pezzo dello Stato che non sia uscito pulito da processi che non dovevano nascere, figli deformi di una storiografia giudiziaria malata, un vortice che ha risucchiato pezzi di Stato che avevano creato i Ros dei Carabinieri, e poliziotti geniali perseguitati dopo che avevano arrestato Totò Riina, e politici colpevoli solo di essere nati in Sicilia e di essere sopravvissuti.

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Sul selciato escrementizio, dopo la lettura del dispositivo, rimangono solo i corpi virtuali degli Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo e altri magistrati assurti al ruolo comico di eroi del nulla (minacciati da nessuno) e paladini della più colossale bugia raccontata dal Dopoguerra, affiancati dalle salme mediatiche dei Marco Travaglio più altri scarabei stercorari che un Montanelli redivivo, da tempo, avrebbe preso a schiaffi.

EROI DEL NULLA - Il reato di «trattativa» non esiste, ma non è esistita neppure una trattativa, è proprio infelice come termine: i servi di procura già anticipano la linea. «Una trattativa tra Stato e mafia c'è stata, solo che non costituisce reato», dicono. Per sostenerlo sono ridotti a estrapolare pezzetti di sentenze di altri processi falliti - lo fanno da una vita - come quello per la strage di Firenze di via dei Gergofili, dove si cita banalmente «l'avvio poi interrotto di iniziali contatti emersi tra rappresentanti politici locali e delle istituzioni e vertici mafiosi»: anche se questi «contatti», ieri, sono stati derubricati a ordinaria attività investigativa con l'obiettivo di catturare Totò Riina, come già accertato dal processo che ha assolto l'ex ministro Calogero Mannino. Borsellino e Falcone si muovevano in ambienti dove le connivenze con la mafia (di certi giudici, per esempio) c'erano davvero, così come c'erano in alcuni partiti: eppure i malati mediatici, con libri e migliaia di articoli e persino un film, sono riusciti a inventare connivenze con Forza Italia quando Forza Italia, probabilmente, non era neppure nella mente del suo creatore.

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Per decenni hanno delegittimato la democrazia usando persino Falcone e Borsellino come scudi di un perverso teorema processuale, scassando l'anima al Paese e riuscendo a scomodare persino un capo dello Stato. Ora è finita davvero: quello della Cassazione sarà solo un controllo formale, e già lo sanno. Non sono riusciti a riscrivere la storia d'Italia. Non ce l'hanno fatta a farla puzzare come loro. La sentenza di primo grado non stava in piedi, e lo sapevano tutti: così, ora, sono cadute le accuse per gli ufficiali dei carabinieri Mori e Subranni e De Donno e anche quelle per Marcello Dell'Utri, mentre dei boss ci importa meno, anche se restano gli unici veri mafiosi di questi processi.

«PERSONE, NON ARCHETIPI» - Non ci fu reato. Non ci fu nessuna tiratissima violazione dell'articolo 338 e annessa minaccia al governo Berlusconi del 1994. Nessun uomo dello Stato veicolò le stragi di Cosa Nostra del 1992 e 1993. Marcello Dell'Utri non fece da ponte per messaggi mafiosi. I vertici dei carabinieri fecero solo un'operazione info-investigativa. Il giudice Angelo Pellino, col giudice a latere Vittorio Anania e sei componenti della giuria popolare, è giunto con coraggio a una sentenza che - aveva detto - non doveva essere «storica»: «Gli imputati non sono archetipi socio-criminologici, bensì persone in carne e ossa che saranno giudicate per ciò che hanno o non hanno fatto».

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Aveva detto così, ma la sentenza è diventata storica lo stesso: dimostrando, Pellino, anche una certa forza d'animo rispetto all'asfissiante pressione ambientale palermitana. Piacerebbe che ci fosse stato, in aula, anche il defunto avvocato Piero Milio, ex senatore radicale e padre di Basilio, il giovane legale del generale Mori che ne ha raccolto le redini. Piacerebbe che ci fosse stato anche Massimo Bordin, il giornalista della rassegna stampa di Radio Radicale che aveva seguito interamente questo processo (praticamente solo) a differenza dei colleghi che si attaccavano alle sottane dei pubblici ministeri. Ora riposano in pace.

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Il Ruberti gate? Scene imbarazzanti. Il video rubato in cui il capo di gabinetto del sindaco di Roma Albino Ruberti, dopo una cena, minaccia di morte un commensale che era con lui ha portato alle dimissioni dello stesso braccio operativo del sindaco Gualtieri e al ritiro della candidatura alle politiche di Francesco De Angelis, che era con lui quella sera. Se ci saranno inchieste stabiliranno le colpe, pare che ci sia di mezzo una storia di assicurazioni del Comune di Roma e scambio di favori. 

Questa, in ogni caso, è una bellissima cartolina del Pd romano. Nella Capitale si diceva: "Non solo Cesare deve essere immacolato, anche sua moglie". In questo caso la moglie è Ruberti e Cesare è il sindaco Gualtieri, che rischia di perdere credibilità. Due cose: non è che con le dimissioni di Ruberti può tornare tutto come prima, perché c'è un pentolone da scoperchiare. Seconda cosa: qui si prova la nobiltà della magistratura. Sarebbe bello che l'ex capo di gabinetto venisse trattato dai magistrati, e da certa stampa, così come vengono solitamente trattati i politici di centrodestra. Il video-commento del direttore di Libero Pietro Senaldi.