Professore ordinario di Diritto pubblico comparato alla Sapienza di Roma e membro della Camera dei deputati fino al 2022, Stefano Ceccanti, è “il costituzionalista del Pd” al quale praticamente tutti i colleghi parlamentari (non solo dem), almeno una volta, si sono rivolti per farsi decifrare articoli di legge e bozze di riforme in discussione. In tema di giustizia, Ceccanti non ha mai nascosto le sue idee: la storia ci ricorda che separare le carriere è una battaglia progressista, ha spiegato tempo fa. Una linea molto diversa, però, rispetto a quella della segretaria dem, Elly Schlein, e al resto del cosiddetto campo largo che sostiene, invece, le ragioni del No in linea con l’Anm. Come ha scritto Libero, il sindacato delle toghe ha cominciato la campagna referendaria con discutibili cartelloni nelle principali stazioni italiane e sabato il fronte del No darà vita a un’assemblea pubblica a Roma. Due giorni dopo, Ceccanti e altri dem, si riuniranno invece a Firenze: è la sinistra per il Sì.
Professore, da tempo lei si batte per il sì alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri al punto da avere fondato anche un comitato al quale aderiscono molti illustri esponenti del Pd e del centrosinistra. Perché sì?
«Più esattamente io sono vice-presidente dell’associazione riformista Libertà Eguale, di cui è presidente Enrico Morando, che è sorta nel 1999 e che è sempre stata favorevole alla separazione delle carriere, tanto da sostenere anche i due referendum abrogativi radicali. Libertà Eguale Toscana insieme al costituzionalista Carlo Fusaro, presidente del nostro Comitato Scientifico, hanno pensato, in accordo con l’associazione nazionale questo momento di incontro per dare rilievo pubblico alla scelta di tante persone favorevoli al Sì in tutto l’arco delle forze di opposizione».
Mentre il centrodestra è compatto sul sì alla riforma, l’opposizione non lo è e lo dimostrano i prossimi appuntamenti sul tema: il 12 gennaio il suo gruppo si riunirà a Firenze, con un evento che sarà trasmesso da Radio Radicale; due giorni prima invece, a Roma, partirà ufficialmente la campagna per il no dei leader del centrosinistra. Divisi alla meta.
«Si tratta di un referendum in cui, per definizione, non c’è disciplina di partito né di coalizione. Non è quindi per nulla strano che una parte del Pd e del centrosinistra riaffermi un punto in cui ha sempre creduto, la separazione delle carriere come conseguenza logica del nuovo codice col processo accusatorio di Giuliano Vassalli di fine anni ’80. Oltre alla nostra associazione sono impegnati per il Sì anche due partiti del centrosinistra, piccoli ma densi di elaborazione su questa materia, Più Europa e il Psi. Un terzo partito, Italia Viva, lascia libertà di voto ma mi sembra di vedere che la grande maggioranza dei suoi quadri sia per il Sì. Fuori dal centrosinistra, ma comunque all’opposizione, sono per il Sì anche Azione e i Liberaldemocrratici. Tutte forze che alle Politiche saranno contrarie al centrodestra, ma che al referendum votano con convinzione sul tema specifico, rispettando il significato profondo di questo strumento di democrazia diretta».
La giustizia è un’altra materia, come la politica estera, nella quale il cosiddetto campo largo non riesce proprio a fare sintesi?
«Vorrei mantenere separata la questione referendaria dalla politica estera, anche perché sul tema della separazione votano Sì anche persone collocate più a sinistra del Pd o che hanno anche votato alle primarie la segretaria Schlein. I temi non vanno sovrapposti».
Del vostro comitato fa parte Augusto Barbera che è stato presidente della Corte costituzionale, è professore di Diritto costituzionale come lei ed è stato ministro nel governo Ciampi. Come l’ha convinto?
«Il professor Barbera non fa esattamente parte del Comitato, ha però fatto parte, prima di essere eletto alla Corte, della nostra Associazione. Lo abbiamo invitato perché nella storia della sinistra italiana è stato da sempre uno dei massimi sostenitori della separazione insieme a pressoché tutta la componente migliorista del Pci-Pds. Partito in cui la separazione vedeva anche il consenso di parte del centro occhettiano e della sinistra interna».
Ha provato, invece, a convincere la segretaria Elly Schlein e gli altri big dem che la separazione delle carriere non è uno schiaffo ai magistrati?
«Noi ci rivolgiamo a tutti gli oppositori del governo perché sia viva una posizione garantista e di cultura liberale, che aveva portato ancora nel 2019 la mozione del segretario uscente Martina a prevedere il Sì alla separazione».
Ha seguito il caso dei manifesti del comitato per il No nelle grandi stazioni italiane. È giusto mandare ai cittadini un messaggio che non corrisponde alla realtà?
«Sono stupito che dei magistrati che dovrebbero ragionare sulle norme concrete parlino di subalternità al potere politico che la riforma produrrebbe quando non c’è nessuna norma nel progetto di revisione che possa essere citata in questo senso».
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato “Società civile per il no al referendum della riforma costituzionale sulla giustizia”, ha difeso la scelta di quei manifesti e ha contrattaccato: fango sudi noi, reazioni scomposte dal centrodestra. Cosa replica?
«Io sono stupito dai magistrati perché dovrebbero appunto ragionare sulle norme. Quanto agli esponenti della società civile li vedo a momenti ripetere questa teoria e a momenti la tesi opposta, secondo cui si creerebbe un super pubblico ministero perché separato. Posto che non si possono sostenere entrambe le tesi, se fosse vera la seconda dovrebbero allora proporre il ritorno al processo inquisitorio da cui discende la separazione. Ma si può dire che esso fosse più garantista?».
Poi c’è il tema fondi: pare che l’Anm abbia in programma di stanziare un milione di euro per la campagna referendaria, forse attingendo anche alla Cgil. Anche voi avete questi potenti mezzi?
«Noi abbiamo solo l’autofinanziamento della nostra associazione. Chiederemo ai partecipanti un contributo per la sala».
La riforma, con il sorteggio del Csm, serve realmente a scardinare il sistema delle correnti?
«Io avrei preferito i collegi uninominali e non il sorteggio. Però anche questo strumento, più rozzo, consegue comunque quell’obiettivo».
È stupito del fatto che Rosy Bindi, sua collega di partito, sia tornata sulle barricate ponendosi al vertice del Comitato per il No?
«Non me ne stupisco perché in materia di giustizia lei è sempre stata su queste posizioni, sempre limpidamente opposte alle nostre».




