Quanto stanzia l’Anm per la costosissima campagna per il No del suo comitato referendario, contro la quale sono pronti a mobilitarsi persino alcuni magistrati? Chi, e quanto, paga per tappezzare le principali stazioni ferroviarie con cartelloni digitali in cui si propala la bufala della riforma che sottomette (...) le toghe alla politica? Domande cui solo i diretti interessati possono rispondere. Per ora tacciono, zero trasparenza.
Eppure è una questione centrale, su cui molti magistrati si stanno interrogando dopo che Libero ha portato all’attenzione pubblica quei manifesti e le menzogne che contengono. In nessuna parte della riforma, infatti, è previsto che i giudici «dipendano dalla politica», come recita lo slogan dell’Anm. Motivo per cui, tra gli stessi appartenenti alla categoria, c’è chi intende votare Sì al referendum. E il sindacato, in teoria, dovrebbe rappresentare anche loro. Sono più di quanti si creda, e c’è chi non intende subire la decisione di utilizzare i soldi dei loro contributi per una causa cui si oppongono.
È per questo che alcuni, si è appreso ieri, stanno valutando una mossa clamorosa. Un intervento per via giudiziaria civile, allo scopo di impedire che le loro quote associative siano usate per fini che non sono previsti dallo statuto dell’Anm. Un’azione che potrebbe anche assumere la forma di un ricorso cautelare per ottenere il sequestro del conto dell’Anm in cui affluiscono i versamenti dei soci. Anche perché i soldi che il sindacato intende stanziare sono tanti. In vista del referendum, come ha raccontato il quotidiano Il Dubbio, a settembre il comitato direttivo dell’associazione ha deliberato una spesa di 500mila euro, con cui è stata finanziata la cartellonistica nelle stazioni. Allo stesso scopo, nei mesi scorsi, è stata aumentata la quota di iscrizione richiesta ai magistrati, che da 120 euro l’anno è stata portata a 180. Così nelle prossime settimane potrebbe essere deciso un ulteriore “investimento” di 500mila euro, che porterebbe la cifra complessiva attorno al milione. Questo mentre si prepara a muoversi la Cgil di Maurizio Landini, un moloch che ogni anno, solo alla voce «quote tessere», incassa quasi 22 milioni di euro.
La legge, però, impone vincoli e obblighi. Anche se non esiste una disciplina specifica per il finanziamento dei comitati referendari, l’Autorità per le garanzie delle Comunicazioni, già da tempo, ha stabilito che «i comitati, le associazioni e gli altri organismi collettivi, comunque denominati, rappresentativi di forze sociali e politiche di rilevanza nazionale (...) che abbiano un interesse obiettivo e specifico al quesito referendario e che abbiano dato una esplicita indicazione di voto» debbono essere considerati a tutti gli effetti «soggetti politici», proprio come i partiti. E questi ultimi, ricorda il deputato Enrico Costa, responsabile di Forza Italia per i rapporti con i comitati per il Sì, «sono soggetti a una disciplina molto rigorosa per ciò che attiene ai contributi che ricevono».
Una legge del 2014, ad esempio, decreta che nessuno, né una persona fisica né un altro soggetto, può effettuare ai partiti erogazioni «per un valore complessivamente superiore in ciascun anno a 100.000 euro». Ma l’Anm, come visto, ha messo sul piatto del comitato una cifra di gran lunga superiore. Perciò, incalza Costa, «sarebbe interessante conoscere le modalità di spesa. Indirizza contributi al comitato che ha promosso? Di quale ammontare? Paga direttamente prestazioni finalizzate alla propaganda?». Richieste di trasparenza che Costa rivolge pure alla confederazione di Landini: «La Cgil indirizzerà parte delle quote associative di pensionati e lavoratori a un comitato referendario?». Domande che pongono anche altri. La giornalista Gaia Tortora, figlia di Enzo, via social network si rivolge direttamente all’Anm: «Chi finanzia la vostra campagna per il No? È costosa. E siete un’associazione privata».
Anziché rispondere nel merito, il sindacato ribatte che «la domanda non è posta in modo corretto», perché le attività di “Giusto Dire No”, il loro comitato, «sono sostenute da contributi dell’Anm, ma anche di singoli cittadini iscritti al comitato, che è di natura civica e infatti è guidato da un docente universitario». In realtà quel comitato referendario è un’emanazione diretta della stessa Anm. La sua sede coincide con quella del sindacato dei magistrati, all’interno del “Palazzaccio” che ospita la Corte di Cassazione (ennesima commistione tra un organismo di parte e istituzioni che dovrebbero essere imparziali). E lo statuto dell’organismo creato in vista del referendum stabilisce che il suo compito consiste nel dare «attuazione alle direttive generali fissate dal Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati» e nel collaborare con le commissioni che questo ha istituito. Ci vuole coraggio, insomma, per definire quel comitato per il No «di natura civica», come se fosse nato spontaneamente e ricevesse finanziamenti “dal basso”.