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Referendum giustizia, Enrico Costa: "Conflitti di interesse tra toghe e sponsor del no"

di Elisa Calessi venerdì 9 gennaio 2026

3' di lettura

Enrico Costa, lei oggi in un tweet prefigura, rispetto al ruolo dell’Anm nella campagna referendaria per la riforma della giustizia, conflitti di interessi, possibili valanghe di astensioni nei processi, caduta verticale dell’imparzialità. Ci spiega?
«Mi pare che sia molto alto il rischio che si crei un corto circuito».

In che senso?
«L’Anm è un sindacato che racchiude la quasi totalità dei magistrati. Ogni scelta dell’Anm è riconducibile, dunque, all’insieme quasi completo dei magistrati in servizio».

Siamo d’accordo. Quindi?
«L’Anm ha fatto una scelta chiara: costituire un Comitato per il No, finanziarlo, dargli una sede, che coincide con quella dell’Anm, inserire nel direttivo del Comitato il presidente dell’Anm, scrivere nello statuto del Comitato, all’articolo 2, che “il Comitato darà attuazione alle direttive generali fissate dal Comitato direttivo centrale della Associazione nazionale magistrati” e all’articolo 5 che il responsabile della comunicazione dell’Anm partecipa alle riunioni del consiglio direttivo. Già tutto questo è una grande anomalia».

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Perchè?
«Perché il Comitato, in un referendum, è un soggetto politico. E un soggetto politico non si può considerare neutro. Peraltro un comitato, nella legislazione italiana, gode di una libertà di azione perfino maggiore a quella di un partito».

Cioè?
«Un partito può ricevere al massimo 100mila euro di finanziamenti, un comitato non ha questo limite. Solo che l’Anm è formato da magistrati in carica, che lavorano in tribunale. Nella legge italiana c’è il divieto ai magistrati di iscriversi a partiti. Ci sarà un motivo».

Perché questo rischia di creare un corto circuito?
«Questo Comitato, lo ha detto il segretario generale dell’Anm a La Voce, raccoglie contributi da parte di soggetti privati. Quindi noi abbiamo soggetti privati che finanziano un Comitato e contribuiscono indirettamente alle finalità dell’Anm, dal momento che poi l’Anm contribuisce, nelle forme che abbiamo detto, a questo Comitato. Si crea, dunque, un rapporto organico. Abbiamo magistrati in servizio, iscritti all’Anm, che, attraverso le loro quote associative, finanziano un Comitato e si affiancano a soggetti privati. Dunque, si crea un rapporto strettissimo tra magistrati e privati».

Il corto circuito è qui?
«Mi chiedo: cosa accadrebbe se un magistrato, durante un procedimento, si trovasse davanti uno di questi finanziatori e un altro che invece non ha finanziato questo Comitato e, anzi, si è battuto per il sì? Cosa farebbe? Si asterrebbe, immagino, per conflitto di interessi, visto che una delle ragioni di astensione è la “grave ragione di convenienza”. Si aggiunge un rischio molto serio di credibilità della giustizia».

Dall’Anm le risponderebbero che i magistrati godono dei diritti di ciascun cittadino, compreso quello di fare una battaglia politica.
«È evidente che se un singolo magistrato aderisce a un comitato, non è un problema. Ma se lo fa un sindacato che li rappresenta tutti, la situazione è anomala. Nelle norme dello Statuto si dice che il Comitato risponde al direttivo dell’Anm. Io spero ci siano magistrati che prendono le distanze da questo. Almeno dal punto di vista formale. Perché poi, per quanto riguarda il referendum, ognuno fa quello che ritiene. Stendiamo, poi, un velo pietoso sul Csm che chiude tutti e due gli occhi su questa situazione...».

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Ora cosa farà?
«Ho presentato un’interrogazione parlamentare al ministro Nordio in cui, ricapitolando quello che ho detto, chiedo di sapere cosa si intende fare per scongiurare conflitti di interesse, garantire l’imparzialità dei magistrati nei confronti di tutti i soggetti impegnati nella campagna referendaria, oltre che l’efficienza dell’attività degli uffici giudiziari. Vedremo la risposta».

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