Non ci sono solo le Acli e i vescovi che ospitano nelle chiese i convegni dei magistrati per il No. Non c’è solo Avvenire, il quotidiano della Cei, che invita (editoriale di ieri) a respingere la riforma Nordio e lasciare la Costituzione così com’è. Il mondo cattolico italiano è grande, ha una base che è abituata a pensare con la propria testa e lo dimostrerà anche il giorno del referendum. Ieri è nato il comitato dei cattolici “Per un giusto Sì”, con tanti nomi di rilievo dei movimenti e dell’imprenditoria, affiancati da giuristi e docenti. A presiederlo è Stefania Brancaccio, segretaria dell’Unione cristiana imprenditori e dirigenti. Fra gli aderenti appaiono gli ex ministri e parlamentari Maurizio Sacconi, Paola Binetti e Massimo Polledri, l’ex presidente della Corte costituzionale Antonio Baldassarre e il poeta Davide Rondoni. Insieme a loro, una lunga lista di esponenti dell’associazionismo cattolico, provenienti dalla Cisl, dai neocatecumenali e da altre realtà.
È Domenico Menorello, vicepresidente del comitato e coordinatore del network “Ditelo sui tetti”, a spiegare le ragioni di questa scelta. Dice che «la magistratura ideologizzata» è diventata «la fonte creativa di atti che hanno sospinto una vera e propria trasformazione antropologica in tanti temi sensibili, dal gender alla maternità e alla genitorialità fino alle questioni del cosiddetto “fine-vita”». Atti con cui queste toghe hanno preteso di collocarsi «oltre la legge» e sostituirsi al parlamento. La riforma per cui si voterà toglie alle correnti il controllo del Csm e rende ogni magistrato responsabile dei propri atti davanti all’Alta corte disciplinare.
I due schieramenti si presentano così con configurazioni molto diverse. Quello che fa propaganda per il No poggia sulle solite due gambe: l’Anm e le sigle di sinistra, ossia Cgil, Anpi, Acli, Arci, i Cinque Stelle, Avs e la parte del Pd vicina alla segretaria Elly Schlein. Il campo del Sì è invece variopinto, espressione di molte anime diverse tra loro. C’è “Sì Riforma”, vicino ai partiti della maggioranza e presieduto da Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Consulta. C’è il fronte liberale, con il comitato delle Camere penali; il comitato “Sì Separa”, che vede la Fondazione Einaudi insieme a Gian Domenico Caiazza e Antonio Di Pietro; e “Cittadini per il Sì”, guidato da Francesca Scopelliti, che fu compagna di Enzo Tortora. C’è l’iniziativa intestata a Giuliano Vassalli, cui partecipano socialisti storici come Claudio Signorile, Salvo Andò, Fabrizio Cicchitto e Claudio Martelli.
C’è il comitato dei cattolici presentato ieri e c’è la “Sinistra che vota Sì” chiamata a raccolta da Libertà Eguale, l’associazione di Stefano Ceccanti ed Enrico Morando. All’evento organizzato lunedì a Firenze da quest’ultima, accanto ad alcuni promotori originari del Pd, parteciperanno esponenti di tutte le sigle di sinistra favorevoli al Sì, inclusi Raffaella Paita di Italia Viva e Benedetto Della Vedova di Più Europa.
Intanto la costosissima campagna pubblicitaria per il No avviata dall’Anm (budget iniziale da 500mila euro che potrebbe raddoppiare), che presto sarà affiancata da quella della Cgil, costringe il fronte opposto a mettere a punto le contromisure. Ieri Antonio Tajani si è riunito con i vertici di Forza Italia per pianificare la campagna referendaria. Gli azzurri potrebbero stanziare una cifra attorno ai 500-600mila euro, da recuperare raccogliendo fondi in “cene referendarie” e altri appuntamenti, attingendo alle entrate del tesseramento e forse chiedendo un contributo obbligatorio agli stessi parlamentari azzurri.
L’idea è concentrare la propaganda nelle ultime due settimane prima del voto, quelle in cui, di regola, gli elettori incerti decidono come votare. I due giorni di apertura dei seggi, peraltro, non sono stati ancora decisi. Con ogni probabilità cadranno nella seconda metà di marzo e le indiscrezioni consigliano di puntare su domenica 22 e lunedì 23. Con l’intento di ritardare il più possibile l’appuntamento con le urne, un comitato di sinistra ha iniziato a raccogliere firme per far svolgere il referendum, nonostante questo fosse già stato chiesto dai parlamentari di maggioranza e opposizione. Sostengono che non può essere fissata nessuna data prima che scada il tempo previsto per la loro sottoscrizione, che durerà sino a fine gennaio, e confidano di recuperare così lo svantaggio che i sondaggi attribuiscono al No. Assicurano che presenteranno ricorso, al Tar e alla Consulta, se l’esecutivo prenderà una decisione prima di allora. Ma è un ricatto che il governo non intende subire: la decisione dovrebbe essere presa dal consiglio dei ministri che si riunirà lunedì.