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Referendum giustizia, i cattolici per il "Sì" sfidano vescovi e Acli

Nasce il comitato in difesa della riforma Nordio con giuristi, imprenditori e rappresentanti dei movimenti
di Fausto Carioti venerdì 9 gennaio 2026

3' di lettura

Non ci sono solo le Acli e i vescovi che ospitano nelle chiese i convegni dei magistrati per il No. Non c’è solo Avvenire, il quotidiano della Cei, che invita (editoriale di ieri) a respingere la riforma Nordio e lasciare la Costituzione così com’è. Il mondo cattolico italiano è grande, ha una base che è abituata a pensare con la propria testa e lo dimostrerà anche il giorno del referendum. Ieri è nato il comitato dei cattolici “Per un giusto Sì”, con tanti nomi di rilievo dei movimenti e dell’imprenditoria, affiancati da giuristi e docenti. A presiederlo è Stefania Brancaccio, segretaria dell’Unione cristiana imprenditori e dirigenti. Fra gli aderenti appaiono gli ex ministri e parlamentari Maurizio Sacconi, Paola Binetti e Massimo Polledri, l’ex presidente della Corte costituzionale Antonio Baldassarre e il poeta Davide Rondoni. Insieme a loro, una lunga lista di esponenti dell’associazionismo cattolico, provenienti dalla Cisl, dai neocatecumenali e da altre realtà.

È Domenico Menorello, vicepresidente del comitato e coordinatore del network “Ditelo sui tetti”, a spiegare le ragioni di questa scelta. Dice che «la magistratura ideologizzata» è diventata «la fonte creativa di atti che hanno sospinto una vera e propria trasformazione antropologica in tanti temi sensibili, dal gender alla maternità e alla genitorialità fino alle questioni del cosiddetto “fine-vita”». Atti con cui queste toghe hanno preteso di collocarsi «oltre la legge» e sostituirsi al parlamento. La riforma per cui si voterà toglie alle correnti il controllo del Csm e rende ogni magistrato responsabile dei propri atti davanti all’Alta corte disciplinare.

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I due schieramenti si presentano così con configurazioni molto diverse. Quello che fa propaganda per il No poggia sulle solite due gambe: l’Anm e le sigle di sinistra, ossia Cgil, Anpi, Acli, Arci, i Cinque Stelle, Avs e la parte del Pd vicina alla segretaria Elly Schlein. Il campo del Sì è invece variopinto, espressione di molte anime diverse tra loro. C’è “Sì Riforma”, vicino ai partiti della maggioranza e presieduto da Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Consulta. C’è il fronte liberale, con il comitato delle Camere penali; il comitato “Sì Separa”, che vede la Fondazione Einaudi insieme a Gian Domenico Caiazza e Antonio Di Pietro; e “Cittadini per il Sì”, guidato da Francesca Scopelliti, che fu compagna di Enzo Tortora. C’è l’iniziativa intestata a Giuliano Vassalli, cui partecipano socialisti storici come Claudio Signorile, Salvo Andò, Fabrizio Cicchitto e Claudio Martelli.

C’è il comitato dei cattolici presentato ieri e c’è la “Sinistra che vota Sì” chiamata a raccolta da Libertà Eguale, l’associazione di Stefano Ceccanti ed Enrico Morando. All’evento organizzato lunedì a Firenze da quest’ultima, accanto ad alcuni promotori originari del Pd, parteciperanno esponenti di tutte le sigle di sinistra favorevoli al Sì, inclusi Raffaella Paita di Italia Viva e Benedetto Della Vedova di Più Europa.

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Intanto la costosissima campagna pubblicitaria per il No avviata dall’Anm (budget iniziale da 500mila euro che potrebbe raddoppiare), che presto sarà affiancata da quella della Cgil, costringe il fronte opposto a mettere a punto le contromisure. Ieri Antonio Tajani si è riunito con i vertici di Forza Italia per pianificare la campagna referendaria. Gli azzurri potrebbero stanziare una cifra attorno ai 500-600mila euro, da recuperare raccogliendo fondi in “cene referendarie” e altri appuntamenti, attingendo alle entrate del tesseramento e forse chiedendo un contributo obbligatorio agli stessi parlamentari azzurri.

L’idea è concentrare la propaganda nelle ultime due settimane prima del voto, quelle in cui, di regola, gli elettori incerti decidono come votare. I due giorni di apertura dei seggi, peraltro, non sono stati ancora decisi. Con ogni probabilità cadranno nella seconda metà di marzo e le indiscrezioni consigliano di puntare su domenica 22 e lunedì 23. Con l’intento di ritardare il più possibile l’appuntamento con le urne, un comitato di sinistra ha iniziato a raccogliere firme per far svolgere il referendum, nonostante questo fosse già stato chiesto dai parlamentari di maggioranza e opposizione. Sostengono che non può essere fissata nessuna data prima che scada il tempo previsto per la loro sottoscrizione, che durerà sino a fine gennaio, e confidano di recuperare così lo svantaggio che i sondaggi attribuiscono al No. Assicurano che presenteranno ricorso, al Tar e alla Consulta, se l’esecutivo prenderà una decisione prima di allora. Ma è un ricatto che il governo non intende subire: la decisione dovrebbe essere presa dal consiglio dei ministri che si riunirà lunedì.

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