Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore Rizzoli un estratto del libro-intervista di Alessandro Sallusti con Luca Palamara, “Il Sistema colpisce ancora. Come salvare la magistratura italiana dal vizio delle correnti e dalle mani dei politici”, in libreria da oggi. Gli autori lo presenteranno a Roma mercoledì 21 gennaio alle ore 18 alla libreria Libraccio in via Nazionale 254/255. A dialogare con Sallusti e Palamara sarà presente Gaia Tortora.
Per capire la mafia bisogna seguire i soldi, diceva Giovanni Falcone. Mutuando il concetto, per capire la cronaca bisogna ripercorrere a ritroso la storia. E la storia della procura nazionale antimafia – immaginata proprio da Falcone – è una storia complicata, perché nel corso degli anni oltre a combattere il crimine organizzato è diventata un centro di potere enorme un potere non sempre cristallino, come dimostrano i fatti recenti che hanno scoperchiato al suo interno un gigantesco centro di dossieraggio illegale che – vedremo più avanti – non riguarda solo le mafie bensì ogni antro della vita politica, finanziaria ed economica del Paese. Dottor Palamara, su mafia e antimafia conviene fare un passo indietro rispetto all’attualità…
Luca Palamara: «Siamo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, la mafia è al culmine della sua sfida violenta allo Stato ma ogni procura si muove per i fatti suoi, senza coordinamento né scambi di informazioni, e questo rende debole l’azione di contrasto. Giovanni Falcone ha la soluzione: se la mafia si muove a livello nazionale serve una superprocura nazionale che accentri le attività di indagine. C’è una sua frase che bens piega il concetto: “La lotta alla mafia non può fermarsi a una sola stanza” dice in un’intervista a Repubblica del primo marzo 1991. “La lotta alla mafia deve coinvolgere l’intero palazzo. All’opera del muratore deve affiancarsi quella dell’ingegnere… Se pulisci una stanza non puoi ignorare che le altre stanze possono essere sporche, che magari l’ascensore non funziona, che non ci sono le scale. Io vado a Roma per costruire il palazzo”». E a Roma che succede? «Succede che lo ascolta solo l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, braccio destro di Bettino Craxi». E i magistrati? «Vedono la cosa come una perdita di potere e fanno scoppiare l’inferno. La magistratura organizzata accusa il governo di voler controllare l’attività giudiziaria, l’Associazione nazionale magistrati dichiara uno sciopero nazionale al motto di “Non abbiamo bisogno di un’altra cupola mafiosa”, espressione coniata dall’allora presidente dell’Anm, Raffaele Bertoni». L’Anm dà del mafioso a Falcone? «Parole durissime, volutamente iperboliche, che però si collocano perfettamente in un copione ormai ben chiaro: quello di seguire il fiume in piena del pensiero dominante espresso dalle correnti e dall’Anm. Tuttavia è storia, abilmente rimossa perché fu una delle pagine più buie della magistratura italiana, ma è storia. Se è per questo, qualche anno prima il Csm aveva bocciato Falcone come capo dell’ufficio Istruzione di Palermo e, in seguito, lo metterà sotto processo accusandolo di aver tenuto le carte nei cassetti. Tanto per cambiare l’Anm trovò sponda nella sinistra politica. Achille Occhetto, che stava traghettando il partito da Pci a Ds, fece proprie quelle tesi e in Parlamento accusò il governo di voler bloccare la lotta alla mafia». Il 20 gennaio 1992, nonostante resistenze e polemiche, il governo vara la superprocura, che non viene affidata a Giovanni Falcone bensì a Bruno Siclari. Quattro mesi dopo, il 23 maggio, Falcone sarà ucciso dalla mafia con l’attentato di Capaci. «Nel 2011 al Csm verrà organizzato un convegno per presentare un libro intitolato Da Cossiga a Scalfaro dell’ex deputato democristiano Giovanni Galloni, vicepresidente del Csm negli anni delle stragi. In quell’occasione io partecipo in qualità di presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Mi rimangono scolpite le parole di Galloni, che vuole ricordare un dettaglio spesso rimosso: il dibattito sulla nomina di Giovanni Falcone a procuratore nazionale antimafia era seguito con grande inquietudine da una parte consistente dei magistrati del Consiglio. Soprattutto da quelli appartenenti alle correnti che,pochi anni prima, avevano fatto mancare i voti necessari per l’ingresso dello stesso Falcone al Csm.
Un clima pesante, intriso di sospetti, rivalità interne e una diffidenza che oggi, riletta alla luce della storia, appare quasi irreale. Pochi giorni prima della strage di Capaci, il consigliere Ernesto Staiano, esponente di Magistratura indipendente, rivelò in via riservata che la commissione competente si stava finalmente orientando – almeno a maggioranza – per proporre al plenum la nomina di Falcone alla guida della Direzione nazionale antimafia. Una svolta che, se confermata, avrebbe segnato una riparazione tardiva ma significativa nei confronti del magistrato che più di tutti aveva costruito il metodo investigativo moderno contro Cosa nostra. Il vicepresidente provò immediatamente a raggiungere Falcone al telefono per comunicargli, in via assolutamente confidenziale, quella notizia che per anni gli era stata negata. Ma la chiamata non ebbe esito: Falcone era già in viaggio verso Palermo. Solo più tardi, con la brutale irruzione della notizia, Galloni seppe ciò che nessuno avrebbe voluto sentire: Giovanni Falcone era stato assassinato a Capaci, insieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. E lì non solo cambia la storia ma pure la narrazione: da pericolo per l’indipendenza della magistratura, Falcone diventa l’eroe senza macchia della sinistra giudiziaria e politica, che ha dimostrato una notevole dose di faccia tosta».