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Referendum, la sinistra per il "Sì" fa il pienone

di Fausto Carioti martedì 13 gennaio 2026

3' di lettura

C’è chi dice Sì alla riforma Nordio. Anche a sinistra, senza timore per le accuse di «tradimento». Appuntamento ieri a Firenze, alla Palazzina reale di Santa Maria Novella. Si presentano in tanti, pezzi importanti del Pci, dei Ds e dell’Ulivo che furono. A fare da padre nobile provvede Augusto Barbera, ex presidente della Consulta. motivi per cui è giusto e progressista battersi per la riforma. Rivendica che «per noi è sempre stato pacifico che si era di centrosinistra e si era a favore della separazione delle carriere. Per questo siamo per il Sì». Ammette di provare «stupore per i cambi repentini, poco giustificabili» della linea del partito. Come gli altri, lo fa rimanendo bipolarista e all’opposizione del centrodestra: «Quando ci saranno le elezioni voteremo per il centrosinistra». Ma nel merito, argomenta Ceccanti, la riforma Nordio «è a vantaggio dell’autonomia dei giudici rispetto ai pubblici ministeri. Soprattutto nelle indagini preliminari».

Davanti ai relatori c’è una sala strapiena, il passaparola ha funzionato persino nella rossa Toscana. «È una cosa che ci è esplosa in mano. Si vede che rappresentiamo un sentimento reale», commenta Fusaro aprendo i lavori. Barbera risponde subito alle «sciocchezze» tirate fuori da tanti a sinistra. «Non si vota né a favore né contro la Meloni. Quello lo si farà alle elezioni politiche. Ora è tutta un’altra cosa». E questa riforma «non è “la rivincita di Berlusconi”», come sostiene il fronte forcaiolo che tiene insieme il M5S e larga parte della sinistra. «Dicono che attui il disegno di Licio Gelli», prosegue l’ex presidente della Consulta. «Gelli era a favore della riduzione dei parlamentari, ma nessuno ha detto ai Cinque Stelle che stavano attuando il disegno di Gelli...». Entra nei dettagli, spiega che il testo della riforma difende l’indipendenza dei magistrati meglio del sistema attuale, perché «la garantisce rispetto alle correnti, che soffocano l’indipendenza dei magistrati. In particolare di quelli che non partecipano alla vita delle correnti». Per concludere che «è una riforma liberale, che per sorte della Storia è stata portata avanti, nell’ultimo tratto, da forze politiche che si richiamano a legge e ordine, ma appartiene al patrimonio della sinistra e del centrosinistra».

Il tema dell’aggressione da parte della maggioranza del Pd e delle altre sigle di sinistra torna in molti interventi. Concia dice quello che lì tutti sanno: «Chi voterà Sì viene definito “fascista”. Rispondete che non esistono i Santi Uffizi della sinistra». Della Vedova, unico parlamentare del “campo largo” che ha votato sì alla riforma nei due passaggi in aula, scandisce: «Io non voglio lasciare una bandiera sacrosanta nelle mani sbagliate». E l’alleanza della sinistra «non può ridursi nel recinto di Gratteri e Landini». Stessa metafora scelta da Picierno: «Non dobbiamo lasciare alle destre la bandiera delle garanzie e delle riforme. È stato un errore farlo in passato, oggi ne paghiamo le conseguenze». Petruccioli la mette in politica, anche lui rivolto al resto della sinistra: «È vero che chi vota Sì rischia di confondersi con Meloni, ma chi vota No mette il timbro su una sinistra che si organizza attorno all’asse Landini-Conte». Scroscio di applausi.

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Nessuno nomina Elly Schlein, però la sofferenza perla direzione che la segretaria ha impresso al Pd e che vuole dare all’intera coalizione è l’argomento di tutti. Paita chiede che il riformismo abbia «piena cittadinanza nel centrosinistra», Salvi torna al 1987, al referendum per la responsabilità civile dei magistrati: «Anche allora ci fu una intellettualità che attaccò la scelta del Pci, dicevano che quella era “la riforma di Craxi”, come oggi dicono che “è quella di Meloni”. Ma ci schierammo a favore perché era un passo avanti per i cittadini». Stessa cosa che bisogna fare adesso. Chiude Morando, che di Libertà Eguale è il presidente. «Nessuno», attacca, «ha spiegato quale sia il nesso tra il quesito referendario e la temuta “svolta autoritaria”». Avvisa che «è nel processo inquisitorio, quello che c’era prima della riforma Vassalli, che c’è l’autoritarismo». E dunque «l’unica degenerazione autoritaria è quella che potrebbe verificarsi in caso di vittoria del No, per il rischio che si torni a quel modello». Quanto alla «storia della minaccia all’autonomia e all’indipendenza della magistratura», conclude tranciante, «è una balla clamorosa».

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