Contro la riforma Nordio si schierano intellettuali, attori e cantanti (dimostrando tutti di non averla letta), ma il fronte del No al referendum continua ad arrancare. L’ultima “super media” dei sondaggi dei maggiori istituti, calcolata da You Trend, fotografa il Sì al 58,9% e il No al 41,1%. Ci sono molti indecisi, il recupero in teoria è sempre possibile, ma diventa ogni giorno più difficile se la distanza non inizia a ridursi. Così i vertici dell’opposizione hanno cambiato strategia. La battaglia non va fatta sul merito della riforma, deve essere solo politica: bisogna portare gli elettori ai seggi per dire No al governo. Indipendentemente dal fatto che si sia favorevoli alla separazione delle carriere, al sorteggio dei consiglieri dei due nuovi Csm e a tutto il resto. Il motivo sono quei numeri.
Oggi il No, come visto, è indietro di quasi 18 punti, ma la distanza che separa la sinistra dalla maggioranza è di gran lunga inferiore. Solo sommando i voti accreditati a Pd, M5S e Avs, i tre partiti schierati ufficialmente per il No, si arriva al 40,7%. Ossia 8 punti sotto Fdi, Forza Italia, Lega e Noi Moderati, che insieme raggiungono il 48,6% delle intenzioni di voto. Elly Schlein, Giuseppe Conte e il tandem Bonelli-Fratoianni (e i loro alleati della Cgil) hanno scelto allora di trasformare l’oggetto della contesa: da Sì o No alla riforma a Sì o No al governo. In questo modo contano di ridurre lo svantaggio che oggi hanno al referendum, aprendo una partita tutta diversa. Sinistra contro destra, e vinca chi ha meno astensionisti.
Spostare il quesito su Giorgia Meloni, inoltre, consentirebbe di esercitare un forte ricatto politico sugli elettori di Azione, Italia Viva e Più Europa, i cui dirigenti condividono le ragioni del Sì. E ovviamente pure sugli elettori di Pd e Cinque Stelle favorevoli alla riforma (il sorteggio dei consiglieri del Csm è stato un totem grillino sino all’altro giorno). Così sono iniziate due operazioni parallele. La prima, con la complicità dei loro influencer più ideologizzati, come Tomaso Montanari, è la demonizzazione di tutti coloro che a sinistra dichiarano di apprezzare il testo di Nordio perché riconoscono che è figlio della tradizione socialista, liberale e radicale che parte da Giuliano Vassalli, il padre del codice penale “accusatorio”. Da qui le accuse di tradimento e complicità col nemico per Stefano Ceccanti, Anna Paola Concia e tutta la “Sinistra per il Sì”, e la richiesta a Elly Schlein di epurare il partito da personaggi come Pina Picierno. La seconda operazione l’ha avviata Goffredo Bettini, fondatore del Pd e punto di riferimento di chi difende l’alleanza a tutti i costi con Giuseppe Conte. Pure lui viene da quella tradizione lì, ma in nome dell’obiettivo superiore dell’antimelonismo ha deciso di rinnegarla.
Lo ha spiegato all’Unità, ricordando di essere «un garantista», figlio di un avvocato penalista repubblicano, e di essersi «espresso più volte perla separazione delle carriere», l’obiettivo che la riforma vuole raggiungere. Nonostante tutto questo, Bettini voterà No. Sostiene che è stata creata una «politicizzazione estrema del confronto» e così il voto sul referendum è diventato «un Sì o un No alla premier Giorgia Meloni». Gran parte degli argomenti dei favorevoli al Sì, denuncia, «è fondata su di una polemica astiosa, non veritiera, aggressiva e destabilizzante». E lui non può certo «sostenere una contrapposizione così pesante alla sinistra, alle forze democratiche e al Pd». Ai progressisti che si battono in favore della riforma chiede di attendere: si metterà «sicuramente» mano al malfunzionamento della giustizia «in un clima diverso». Cioè quando governeranno loro.
Almeno, a differenza di tanti altri, Bettini non prova a inventare giustificazioni tecniche sul contenuto della riforma. Usa un argomento da ultrà della politica: sappiate, italiani di sinistra, comunque la pensiate sulla giustizia e su ciò che fanno i magistrati, che la contrapposizione alla destra viene prima di tutto, anche del funzionamento delle procure e dei tribunali. E che ogni cedimento riformista diventa una forma di complicità con il nemico.
Però la sincerità del capo della “corrente thailandese”, come lo chiamano nel Pd, inizia e finisce qui. Perché poi scarica sul centrodestra la colpa di avere «politicizzato» il confronto sul referendum, che ricade tutta, invece, su quelli come lui. Se non altro perché la maggioranza ha l’interesse contrario, visto il gradimento che la separazione delle carriere ha su una parte degli elettori di sinistra. E l’invito a pazientare, la promessa che la riforma sarà fatta quando a palazzo Chigi o al ministero di via Arenula arriveranno le forze che oggi sono all’opposizione, ha il sapore della presa in giro. I suoi compagni di partito hanno occupato quelle stanze per anni, senza mai fare nulla di sgradito all’Anm e a Magistratura democratica. Ora Bettini vuole far credere che ci riuscirebbero il Pd di Schlein e il campo largo di Conte e Landini.