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Referendum giustizia, il fronte del "No" ora si inventa la trama stragista

di Fausto Carioti venerdì 23 gennaio 2026

4' di lettura

Bufale, teorie della cospirazione fasciomassonica, scrittura creativa di futuri distopici. La campagna referendaria del No è questa. Tutto pur di non stare sul merito del nuovo testo della Costituzione. Funziona così anche quando a fare propaganda sono quelli che sulla carta dovrebbero essere i migliori e più seri. Come i magistrati, la cui missione consiste (consisterebbe) nell’accertamento dei fatti e non nella costruzione dei teoremi. Oppure come Giovanni Bachelet: professore universitario di Fisica, deputato del Pd dal 2008 al 2013, figlio di Vittorio, giurista assassinato 46 anni fa dalle Br. Presiede il comitato “Società civile per il No nel referendum costituzionale”, nel cui direttivo figurano l’ex ministro Rosy Bindi, il segretario della Cgil Maurizio Landini e altri esponenti della sinistra.

A Bologna questo comitato ha nominato come presidente Paolo Bolognesi. Anche lui ex parlamentare del Pd, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980. Ha esordito dicendo che c’è un filo nero che unisce la riforma e quella bomba. La sua argomentazione è che «Licio Gelli ha voluto la strage di Bologna e voleva smantellare gli equilibri tra i poteri dello Stato». Il capo della loggia P2 non ci riuscì, ma oggi, dice Bolognesi, «qualcuno punta allo stesso obiettivo», ossia «distruggere la Costituzione».

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La creazione di due Csm e dell’Alta corte disciplinare, insomma, sarebbe il proseguimento della stagione delle stragi. Parole che provocano la reazione di Nicolò Zanon, presidente del comitato “Sì Riforma”. «Affermazioni gravissime. Sarebbe utile sapere se Giovanni Bachelet e gli altri del suo comitato concordano sul giudizio di Bolognesi. Siamo in attesa di una loro risposta», replica Zanon. Ma questo è il livello, e le stesse toghe non fanno eccezione. L’intervento tenuto il 20 gennaio a Palermo dal giudice Giuseppe Tango, membro del comitato direttivo centrale dell’Anm, è l’esempio. Ha spiegato alla platea che «all’indomani di queste riforme ciascuno di noi si sveglierà in un Paese profondamente cambiato e dove le lancette della Storia torneranno pericolosamente indietro». Perciò «occorre impegnarsi per arginare la deriva autoritaria. Ora o mai più. Dopo, il declino democratico sarà irrecuperabile».

Anche in questo caso, il fronte del Sì reagisce. Giorgio Mulè, responsabile della campagna referendaria per Forza Italia, denuncia che espressioni come «“deriva autoritaria” e “declino democratico” appartengono al vocabolario della nefasta stagione delle Brigate Rosse». Sentirle oggi da un magistrato, avverte Mulè, «fa rabbrividire ed è terrorizzante. Chiunque dovrebbe prenderne subito e nettamente le distanze».

Eppure tutto fa credere che da qui al giorno del voto la qualità degli argomenti sia destinata a scendere ancora. Le parole di Bolognesi e Tango non spuntano dal nulla, rispecchiano il pensiero di molti oppositori della riforma. A dare il “la” alla loro propaganda referendaria, del resto, sono state le frasi contro la separazione delle carriere attribuite a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: inventate di sana pianta da ignoti cialtroni su internet. E rilanciate senza controllarle, solo perché utili alla causa, su testate e trasmissioni come La Notizia, Di Martedì e Il Fatto quotidiano (che poi ha ammesso lo sbaglio) e da magistrati del peso di Nicola Gratteri.

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La campagna di disinformazione è proseguita con i grandi manifesti dell’Anm: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No». Falsità bollata come tale anche da personaggi di sinistra come l’ex presidente della Consulta Augusto Barbera («Non solo non viene toccata l’indipendenza e l’autonomia, ma anzi rafforzata»). Eppure continua a girare, in mancanza di argomenti migliori. Falsa pure la storia che la separazione delle carriere già esista: c’è la separazione delle funzioni, che è cosa molto diversa. Oggi giudici e pm fanno gli stessi concorsi, frequentano le stesse correnti, hanno lo stesso Csm nel quale si possono votare a vicenda e scambiarsi favori. Ed è inventato l’argomento polemico per cui un Csm con membri sorteggiati non sarebbe rappresentativo delle toghe: semmai è un motivo in più per volere la riforma, visto che il compito del Csm non è rappresentare le toghe e tantomeno le loro correnti (per quello basta l’Anm). È una menzogna la tesi che dipinge la riforma come una «violenza alla Costituzione». Le sue modalità sono previste dalla Costituzione stessa e il suo contenuto è il completamento dell’articolo 111, per cui il processo deve svolgersi «in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale».

Per propagandare questi e altri slogan bugiardi, nelle stazioni e altrove, l’Anm ha stanziato 800mila euro (contro i 32mila euro per aiutare i bambini di Gaza, come ha notato Ermes Antonucci del Foglio; segno delle priorità del sindacato delle toghe). E la Cgil ancora non ha iniziato a fare sul serio. Se il buongiorno si vede dalle prime uscite di Landini, il peggio deve ancora venire.

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