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Il carabiniere sepolto per un anno all'inferno

La storia di condanna e resurrezione che Guido Mezzera porta alla luce in Punto di fuga
di Tommaso Lorenzinivenerdì 6 febbraio 2026
Il carabiniere sepolto per un anno all'inferno

3' di lettura

Quando i fatti hanno spigoli così affilati da far sanguinare i ricordi è superfluo servirsi di qualsiasi aggettivo. La storia di condanna e resurrezione che Guido Mezzera porta alla luce in Punto di fuga (Cantagalli, pp. 160, euro 15) è una di queste: non è un incubo, benché ne abbia tutti i connotati; non è un film anche se meriterebbe. La quinta scenica? L’inferno, quello dove un carabiniere modello è stato gettato come un Tartaro qualunque, trasformato in bersaglio mobile da una Procura e un pm che, invece di guardare i fatti, hanno preferito inseguire il castello di carte costruito sulla parola di un testimone marocchino già incriminato per peculato, corruzione, detenzione e spaccio di stupefacenti. Attendibile, no? Non importa, il nostro Francesco, nome di fantasia scelto da Mezzera per preservare l’anonimato del carabiniere e di coloro che gli gravitano intorno, viene convocato alla caserma di Savigliano (Cuneo) alle 8.30 di un mattino qualunque. Colonnello e capitano si siedono di fronte a lui e al suo più stretto collega Luigi, «l’autorità giudiziaria ha emesso nei vostri confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere», dicono, c’è un avviso di garanzia con l’accusa di falso, scaturita dall’indagine che aveva portato all’arresto del comandante, rinominato Cocito (il nome del lago ghiacciato del girone dei traditori della Divina commedia, ndr).

Di lì a poco Francesco avrebbe dovuto essere trasferito al Ros: a Milano ci va lo stesso, ma a San Vittore. «Dapprima i colleghi ci requisiscono le armi e poi le manette. Si fanno consegnare la tessera di riconoscimento e subito dopo la bandoliera, che è il simbolo del carabiniere in servizio», racconta Francesco nelle dolorose pagine del diario che fa da traccia al libro. Dopo la schedatura, lo ficcano in cella di isolamento, «una stanza con il bagno, fetida, sporca di sangue ed escrementi». Un «carcere dentro il carcere», lo definisce Mezzera, riservato a pedofili, autori di femminicidie rappresentanti corrotti delle forze dell’ordine. Le celle d’isolamento sono un luogo ancora più estremo, senza contatti umani se non con le guardie e dove anche l’ora d’aria va via in totale solitudine.

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«Ma la strategia dell’autorità giudiziaria l’ho capita: stancarmi a poco a poco, fino a farmi cedere», scrive Francesco. «Per prima cosa hanno assunto il controllo psicologico della mia mente, mettendomi in carcere, isolato dal resto del mondo... Poi hanno deciso di tenermi all’oscuro delle ragioni del mio arresto... adesso mi danno informazioni con il contagocce, sperando così di demolire la mia resistenza». Due mesi di isolamento, poi il trasferimento nel «Raggio dei protetti». È l’integrità di quest’uomo a salvarlo, le visite della figlia, la corrispondenza con la compagna, i dialoghi col cappellano di San Vittore, la richiesta del direttore del carcere di tenerlo lì in caso di condanna perché Francesco non è un detenuto qualunque, è diventato il salvagente di molti che, al contrario di lui, non sono stati capaci di passare dal chiedersi «e chiedere a Dio “perché proprio a me?”» a «“perché ad un altro?”». Un anno di reclusione, in attesa di giudizio, poi gli arresti domiciliari e 4 mesi dopo la sentenza di assoluzione «perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto». Esce a riveder le stelle, Francesco, anche se la luce non l’aveva mai persa, anzi, è in carcere che l’ha trovata brillare forte: «Vedi che Dio ha fregato il diavolo? Tu ti chiederai: come? Perché nell’inferno, che grazie agli uomini il diavolo ha creato, è più presente Dio che in qualunque altro posto. Perché lì invocano Dio e la Madonna a gran voce tanto da far tre del libro mare le pareti».

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