L’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione ha accolto il nuovo quesito referendario sulla riforma della giustizia, così come riformulato dal Comitato dei 15 giuristi promotori della raccolta di 500mila firme.
La decisione, appresa da fonti della Cassazione, è contenuta in un’ordinanza ancora non formalmente depositata, ma che rappresenta un passaggio cruciale nel percorso del referendum costituzionale già indetto dal Governo per il 22 e 23 marzo.
Il via libera riguarda la riscrittura del quesito, che integra quello originariamente approvato con un’esplicita indicazione degli articoli della Costituzione interessati dalla riforma.
Nella nuova formulazione, al testo che chiede agli elettori se approvano la legge costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare, si aggiunge infatti il riferimento alle modifiche degli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Carta. Una precisazione che, secondo i promotori, rende il quesito più chiaro e comprensibile per l’elettore.
Dagli elementi che emergono dall’ordinanza dell’Ufficio centrale (di cui fa parte anche la magistrata Donatella Ferranti, già deputata Pd) la riformulazione è stata ritenuta ammissibile perché non muta l’oggetto del referendum, già regolarmente indetto, ma si limita a esplicitarne il contenuto normativo, chiarendo quali disposizioni costituzionali vengono incise dalla legge sottoposta al voto popolare.
IL NODO
Resta però aperta la questione della data della consultazione. Sul punto, le letture divergono. Il costituzionalista Stefano Ceccanti ritiene che l’aggiornamento del quesito non comporti automaticamente lo slittamento del voto. «Il referendum è già indetto per decreto – osserva – e verrebbe solo aggiornato il quesito. Non credo servano nuovi decreti che ne posticipino la data». Secondo Ceccanti, un eventuale contenzioso potrebbe nascere solo se i promotori decidessero di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta, ipotesi che lo studioso giudica poco probabile.
Di segno opposto l’analisi di Michele Ainis. Per il professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico, la decisione della Cassazione rende invece inevitabile un rinvio.
«Nel quesito referendario proposto dal governo – spiega – non erano indicati gli articoli della Costituzione, allo scopo di rendere più semplice la comprensione. Ma se ora la Cassazione, tornando sui suoi passi, stabilisce che occorre rimodularlo, non c’è dubbio che slitti la data delle votazioni, perché quella data è incorporata nel decreto». Ainis aggiunge che, in caso contrario, «sarà possibile sollevare, da parte del comitato per le 500mila firme, un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta».
LE PROSSIME TAPPE
Il Presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto, esponente del comitato “Sì separa”, osserva: «L’ ordinanza dell’Ufficio Centrale per il referendum della Corte di Cassazione era nel novero delle possibilità. C’è da osservare peraltro che non ci sono precedenti in materia».
E ancora: «A questo punto, bisogna attendere le decisioni prima del Consiglio dei Ministri, poi del presidente della Repubblica, su un eventuale spostamento della data già fissata. È chiaro che solo una approfondita lettura, e conseguente studio, del provvedimento dell’Ufficio centrale per il referendum - e non le prime indiscrezioni che stanno uscendo - ci potranno consentire un giudizio ponderato».
Secondo il Comitato dei 15, il quesito originario risultava troppo generico e rischiava di non rendere percepibile la portata dell’intervento costituzionale. La richiesta di integrare il testo con l’elenco degli articoli modificati nasce da questa impostazione e trova ora un primo riconoscimento nella decisione dell’Ufficio centrale.
Resta da capire, quindi, se questo passaggio avrà come conseguenza anche un rinvio della consultazione o se il voto di marzo si svolgerà con il nuovo quesito.