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Mario Mantovani: "Tenuto in cella da innocente. Rimborsi? Zero"

di Fabio Rubini lunedì 16 febbraio 2026

4' di lettura

È la mattina del 13 ottobre 2015 quando le forze dell’ordine bussano alla porta di casa di Mario Mantovani, ad Arconate. Non è una visita di cortesia. Gli agenti sono lì per prelevare l’allora vice presidente di Regione Lombardia e portarlo in cella, a San Vittore.

Le accuse? Abuso d’ufficio, turbativa d’asta, corruzione e concussione. Mantovani resta in cella per 41 - lunghissimi - giorni e poi è costretto ai domiciliari dal 23 novembre 2015 al 14 aprile 2016. In totale 180 giorni.

Condannato in primo grado a 5 anni e 6 mesi, viene assolto in via definitiva in Appello il 14 marzo 2022 (non ci sarà ricorso in Cassazione) con la formula piena de: «Il fatto non sussiste». Una sentenza che arriva, però, sette anni e cinque mesi dopo l’ingiusto arresto. Anni nei quali Mario Mantovani si è trovato a «sfidare un destino tragico», con la forza di chi sa di non aver fatto nulla di male. Una volta che la sentenza di assoluzione passa in giudicato, Mantovani fa ricorso per «ingiusta detenzione». Un atto dovuto, pensa l’esponente di Fratelli d’Italia nel frattempo eletto a suon di preferenze all’Europarlamento. E invece non è andata proprio così...

Onorevole cos’è successo quando è arrivata la sentenza della Corte d’Appello del tribunale di Milano relativa al suo ricorso per ingiusta detenzione? 
«L’hanno respinta, ma quello che mi ha colpito è la motivazione: in pratica i giudici hanno detto che non devo essere risarcito perché col mio “comportamento menzognero” avrei tratto in inganno il giudice che ha predisposto il mio arresto. E mi hanno pure ingiunto di pagare tremila euro, credo per le spese legali».
Perdoni la banalità, ma siamo alla vigilia di Carnevale. Non è che si è trattato di uno scherzo? 
«No, no. Tutto vero. Dopo che mi hanno fatto fare 41 giorni di carcere ingiustamente, hanno avuto il coraggio di sostenere che sarei stato io a trarre in inganno i giudici. Una versione che io contesto con tutta la mia forza. Questa cosa io la trovo irrispettosa non solo per me, ma anche perla giustizia italiana. Hanno compromesso l’equa riparazione, che è un principio garantito dalla Costituzione».
Si è fatto un’idea del perché sia stata emessa una sentenza del genere? 
«Cane non mangia cane. Così hanno trovato questo escamotage per non sconfessare dei colleghi che hanno sbagliato».
Beh non è molto incoraggiante come interpretazione... 
«Basti pensare a quello che hanno fatto per provare a rovinarmi: quattro anni di intercettazioni senza avvertirmi; hanno falsato la trascrizione di un’intercettazione. E quando finalmente hanno dovuto ammettere la mia totale innocenza, se ne escono con la storia del comportamento menzognero? Lo scriva: io respingo con forza al mittente questa espressione».
Cosa farà ora? 
«Ho già dato mandato ai miei avvocati di fare ricorso alla Corte europei dei diritti per l’uomo. E su questo punto voglio essere chiaro: non lo faccio per i soldi, non ne ho bisogno. Lo faccio in nome degli invisibili, di quelle mille persone che ogni anno in Italia vengono messe in carcere ingiustamente. Persone che, una volta uscite e riconosciute innocenti, si trovano ad aver perso tutto e a dover ricostruire la loro vita da capo, spesso senza averne le possibilità. Io sono stato fortunato, perché la mia famiglia è rimasta sempre al mio fianco e perché Giorgia Meloni non ha creduto alle accuse mossemi e mi ha consentito di candidarmi in Europa. Ma non tutti hanno questa fortuna. Ecco io voglio lottare per loro».
Come fece nei 41 giorni di detenzione? Lei raccontò proprio a Libero che aiutava i detenuti a scrivere a casa, a fare domande per trovare lavoro una volta fuori dal carcere... 
«E non ho mai smesso di farlo. Anche oggi cerco di aiutare quelli che sono stati in cella da innocenti a ricostruirsi una vita».
Come politico di lungo corso come pensa si possa incidere su situazioni come quelle che ha appena descritto? 
«Proprio oggi (ieri, ndr) alla direzione nazionale di Fratelli d’Italia ho suggerito di presentare una legge per far sì che chi viene riconosciuto innocente dopo essere stato incarcerato ingiustamente, deve essere risarcito immediatamente senza ulteriori procedimenti giudiziari».
Onorevole Mantovani, il 22 e 23 marzo ci sarà il referendum sulla riforma della Giustizia. Questa sua vicenda personale, nell’insieme, come ha influito sulle sue scelte? 
«Dalle carte del mio processo è emersa un’interlocuzione tra il pubblico ministero e il Gip (giudice per le indagini preliminari, ndr) nella quale si accordavano su come concludere il mio procedimento. Cioè con il mandato d’arresto. Ecco basta questo per far capire che la separazione delle carriere, prevista nel referendum, servirà eccome a rendere migliore la nostra magistratura. Quindi bisogna andare ai seggi e votare “Sì”».

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