Questo benedetto referendum sulla magistratura - maledetto, secondo gusti e interessi, sui quali mi soffermerò - si sta rivelando molto più complesso, e insieme divisivo, di quanto non abbiano tentato e stiano tuttora tentando le opposizioni riducendolo a uno scontro col governo. Nella presunzione, o illusione, di poterlo battere più facilmente scommettendo sulla vittoria del No come propiziatrice della partita elettorale successiva. Alla quale le opposizioni sono non impreparate ma impreparatissime per i loro contrasti sul programma, peraltro neppure delineato per sommi capi, e sul candidato a Palazzo Chigi. Che di solito, nel sistema non più proporzionale della cosiddetta prima Repubblica, viene proposto o indicato prima del voto, non definito dopo con le solite operazioni, interne ed esterne, di partiti e palazzi.
La complessità del referendum, che ne fa un po’ un mosaico, si vede nelle divisioni che esso ha provocato all’interno delle due, principali categorie di operatori, chiamiamoli così, interessati alla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e a tutto quello che ne potrà o dovrà conseguire. Operatori che non sono solo gli stessi giudici e pubblici ministeri ma anche gli avvocati. I magistrati schieratisi per il Sì, contro le scelte e indicazioni della loro associazione “privata”, come sottolineano convergendo persone diverse come l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e l’ex magistrato simbolo della stagione di Mani pulite, Antonio Di Pietro, sono mossi non solo da motivi di principio, o persino ideologici, ma da interessi personali legittimi. Che sono quelli di potere fare finalmente carriera per i loro meriti, di cui evidentemente sono sicuri, tanto da scommettervi, e non più per le loro appartenenze correntizie. Di correnti magari ch’essi hanno già rifiutato in blocco pagandone come conseguenza la marginalità professionale, o qualcosa del genere. La forza di questi magistrati sarà, magari, ininfluente per il loro numero ai fini del risultato referendario, ma potrà rivelarsi decisiva per la Giustizia nella formazione, che potrebbe seguire il voto, dei due consigli superiori della magistratura. E dell’Alta Corte di disciplina.
Referendum Giustizia, lo spot dei Giovani di Forza Italia: "Giocheresti così al Fantacalcio?"
Forza Italia sceglie il Fantacalcio. Gli azzurri, in vista del voto del 22 e 23 marzo, punta ai circa tre milioni di ute...Gli avvocati, dal canto loro, si stanno dividendo, anzi si sono già divisi anche con sortite di un certo clamore, fra chi ha da perdere dal miglioramento del lavoro dei magistrati, e più in generale, dalla gestione del servizio della giustizia in Italia, e chi invece già ci guadagna e ancor più potrà guadagnare da una vittoria del No che condannerebbe quel servizio a rimanere com’è. Sotto questo profilo il Sì referendario degli avvocati è ancora più apprezzabile, per i danni che potrebbero subirne con una riduzione della conflittualità e una semplificazione delle procedure, di quello dei magistrati stimolati dall’interesse a fare carriera più per meriti che per appartenenze politiche.
Referendum giustizia, Luca Palamara si schiera con Carlo Nordio: "Le correnti sono il male"
Dottor Palamara, il ministro Nordio in un’intervista ha detto che «il sorteggio del Csm romperà quest...Sì, politiche. Tali in fondo sono, con tutti i collegamenti con partiti più o meno di riferimento o collegamento, le correnti dell’associazione nazionale dei magistrati riuscite a istituzionalizzarsi nell’omonimo Consiglio Superiore, unico - spero - ancora per poco. Esso ha funzionato, o finito di funzionare, anche o soprattutto dopo la vicenda scandalosa, e soffocata nella culla, intestata a Luca Palamara. Che con onestà ed esperienza personale non si è per niente scandalizzato, diversamente dai suoi ex colleghi associati, degli aspetti “para mafiosi” dell’organo di autogoverno delle toghe lamentati dal Guardasigilli Carlo Nordio. Che da solo, senza voler togliere nulla anche ai migliori dei suoi predecessori, è un po’ l’infortunio maggiore in cui è incorsa la magistratura associata. Un infortunio maggiore forse anche di quello costituito dalla premier Giorgia Meloni, della quale non a caso i signornò della campagna referendaria nei mesi precedenti, quando la riforma era ancora alle Camere, si lamentavano perché- ripetevano con lei- «non ricattabile».




