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Piergiorgio Morosini, la toga che attacca Meloni sul caso Rackete ha scritto un libro per il "No"

di Francesco Storace venerdì 20 febbraio 2026

4' di lettura

Fatelo un applauso al presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini. La notizia del risarcimento - altra beffa - che lo Stato dovrà versare alla Sea Watch, circa 90mila euro, non lo smuove di un centimetro. Pagheremo alla ong la mancata azione del ministro dell’Interno dell’epoca, Luciana Lamorgese, che avrebbe dovuto invitare il prefetto ad opporsi al ricorso della Sea Watch contro il fermo amministrativo. E lo paghiamo adesso. Ma Morosini difende la decisione di una giudice del capoluogo con toni abbastanza strabilianti: le reazioni alla decisione sono «figlie del clima di tensione che sta maturando con la campagna referendaria». «Mi chiedo- dice proprio lui - se le dichiarazioni aggressive aiutino i cittadini a comprendere il merito della riforma su cui si dovranno pronunciare».

Eh già, lui se ne intende. Va in giro a presentare il suo libro “Mani legate”, un inno al “No” sul referendum del 22 e 23 marzo. Morosini diventa un altro campione dell’orchestra degli anti-Meloni e in serata compare pure dalla Gruber, per non farsi mancare nulla. Chissà se si offende quando poi si parla di toghe politicizzate... Da quello che è noto, la vicenda trae origine dal sequestro della nave operato dalla Guardia di Finanza il 12 luglio 2019, in conseguenza della non ottemperanza alla diffida ministeriale a non fare ingresso nelle acque territoriali italiane. La ong aveva fatto ricorso presso la prefettura di Agrigento, che però rimase inerte.

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La nave, dunque, ritenendo che si fosse in presenza di silenzio-accoglimento sul ricorso, aveva più volte richiesto di poter lasciare il porto di Licata, non ottenendo risposta positiva. Di qui l’azione di responsabilità accolta ora dal tribunale. Per quanto riguarda la cifra stabilita, il giudice ha riconosciuto risarcibile esclusivamente il danno patrimoniale, rappresentato dalle spese portuali e di agenzia, comprensive dei costi per la fornitura di acqua corrente, dalle spese per la benzina per mantenere la nave attiva e dalle spese legali per i giudizi promossi, per un totale di euro 76.181,62. In totale, con l’aggiunta di 14mila euro per spese legali, circa 90mila euro.

Così va il mondo, pare di capire. E ovviamente si scatena una nuova polemica politica. Anche perché va registrata l’ esultanza della ong. «Presto torneremo nel Mediterraneo centrale». Sembra quasi una minaccia. Sul caso merita attenzione la presa di posizione della seconda carica dello Stato. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che condivide nettamente le parole pronunciate mercoledì sera dalla premier Meloni sul caso Rackete: «Una cosa che ci sembra assurda. Non deve entrare nella polemica referendaria ma credo che vada stigmatizzato un provvedimento che rende sempre più difficile far rispettare le leggi in Italia. Credo sia sotto gli occhi di tutti l’abnormità di una sentenza che vuole premiare chi aveva speronato la nave delle forze dell’ordine». E come dare torto a La Russa...

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Affonda il coltello nella piaga il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, esponente di Forza Italia, con un paragone assolutamente azzeccato: «Nella vicenda del risarcimento alla Sea Watch c’è un dato incontrovertibile che dovrebbe far riflettere: alla ong è stata riconosciuta una somma ingente per il fermo della nave da luglio a dicembre 2019, cioè cinque mesi. Mettiamo accanto a questa cifra l’importo che in media viene riconosciuto a un cittadino italiano arrestato ingiustamente nei confronti del quale lo Stato ammette l’errore e lo risarcisce: per cinque mesi di ingiusta detenzione i giudici liquidano in media circa un terzo di quanto stabilito per la Sea Watch, a spanne 37mila euro».

Parla di «sentenza assurda e inaccettabile» anche il leghista Fabrizio Cecchetti: «Una vicenda che aveva rappresentato una sfida aperta alle leggi e alla sovranità italiana oggi si trasforma in un premio economico. È un messaggio devastante: chi forza i divieti e mette sotto pressione lo Stato finisce per essere risarcito. Difendere i confini e far rispettare le regole non può diventare una colpa. Così si indebolisce l’autorità delle istituzioni e si mina la credibilità dello Stato».

Non può certo mancare, in favore dei giudici, la solita voce di Laura Boldrini. Per la deputata del Pd, la magistratura ovviamente ha sempre ragione: «La magistratura agisce indipendentemente dal programma di governo. Di qualsiasi governo, per fortuna. È questo che non sopportano e quindi attraverso la riforma costituzionale vogliono colpire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura: il loro vero obbiettivo. Impediamoglielo e al referendum votiamo “No”», conclude. Con l’appello referendario che scopre le carte in maniera evidente... ovvia la risposta che si becca dal capogruppo di Fdi al Senato, Malan: «Più passano i giorni e più aumentano i motivi per votare “Sì” al referendum». E certo il governo non può tollerare di registrare una dichiarazione di impotenza politica decretata a suon di decisioni da una magistratura sempre più militante. E questo non può essere apprezzato neppure dalla pubblica opinione, sempre più attonita.

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