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Una famiglia distrutta e dovremmo pure tacere

L'assurda vicenda dei bambini nel bosco: le colpe delle toghe (che fanno pure la lezione)
di Pietro Senaldi martedì 10 marzo 2026

3' di lettura

A quattro mesi dal suo inizio, l’odissea della famiglia del bosco diventa sempre più un caso di cattiva gestione pubblica e incapacità della giustizia di rimediare ai guai che combina. Che problema avevano, i tre figli di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham? Di certo si sa che papà e mamma andavano d’accordo, che amano i figli e ne sono ricambiati. Regnavano armonia e stabilità emotiva, le condizioni fondamentali per crescere sani, e questo non è mai stato messo in discussione neppure da chi ha tolto i bambini ai genitori. Il problema, si è detto, è che non venivano curati, anche se stavano benone, non erano istruiti adeguatamente, ma per l’Ocse un italiano su tre è analfabeta funzionale, e vivevano in una casa disagevole, più o meno come più della metà di quelle dell’Italia del Dopoguerra, dove sono cresciuti i baby boomer, la generazione più felice e più fortunata della storia. Adesso come stanno questi piccoli sventurati? Sono stati vaccinati, ma sono diventati isterici e violenti.

Non è dato sapere quali progressi scolastici abbiano fatto. Si sa però che c’è un progetto per rendere più confortevole la casa nel bosco e sono piovute offerte di alloggi a norma pronti a ospitare tutti nel frattempo. Anziché avviare le pratiche del ricongiungimento famigliare, i bambini sono però stati allontanati dalla madre, cacciata dalla casa comunità tra le urla, in quanto giudicata ostile. Verranno anche trasferiti da Vasto in una struttura di Teramo, perché gli assistenti sociali ritengono ormai ingestibile la situazione e si rende necessario un cambio di scenario.

Siamo di fronte a un caso emblematico di incompetenza e arroganza. Nella presunzione di rimediare a un supposto disagio, gli assistenti sociali, con l’avallo dei tribunali, hanno creato un disastro. Chi doveva agire con delicatezza si è mosso come un elefante in una cristalleria.

MACCHINA STATALE

“Catherine è ostile”, si lamentano gli educatori; ma non era difficile prevedere che una donna non accogliesse come un salvatore chi l’ha strappata di casa con la prole dicendole che non sa fare la madre. In gabbia, umiliate e private della propria identità sociale, anche le persone più equilibrate possono perdere aplomb.

Gli assistenti sociali dovevano lavorare con la donna nella situazione che hanno determinato. Il fatto che abbiano chiesto di allontanarla è una dichiarazione di resa e inadeguatezza. La circostanza che vogliano mandare i bambini altrove e soli, come un pacco postale, dimostra che sono incapaci di riconoscere i propri errori, la stessa cosa che rimproverano alla donna, senza però l’attenuante dell’insopprimibile coinvolgimento emotivo.

Nelle perizie si legge ora che il padre è più collaborativo. All’inizio di questa storia, Nicholas e Catherine erano una coppia unita che andava d’accordo e aveva dei figli forse allo stato brado ma sereni. Ora che i bambini sono stati destabilizzati, con conseguenze profonde che si manifesteranno da adulti, quando nessuno di coloro che ne ha determinato i disagi sarà chiamato a risponderne, si prova a mettere i genitori uno contro l’altra. E a chi assiste a tutto questo si vorrebbe pure impedire di commentare. La pietà manifestata verso la famiglia e la perplessità sulla sua sorte vengono lette come un tentativo di strumentalizzazione anti-giudici della storia, mentre gli educatori lamentano il fatto che c’è stata troppa attenzione mediatica. Avrebbero gradito che gli innocenti fossero stati lasciati in pasto alla macchina statale nel silenzio assoluto.

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