E ora il governo passa dalle parole ai fatti. Giorgia Meloni è ancora intervenuta personalmente, durante il programma “Fuori dal coro” su Rete4, sulla vicenda della cosiddetta “famiglie del bosco”. La premier si è detta «senza parole» di fronte alle ultime decisioni dei magistrati - l’allontanamento della mamma dalla casa-famiglia in cui sono ospitati i tre figli, e dunque la loro separazione: «Una decisione che non penso faccia stare meglio i bambini - ha rimarcato Meloni -, gli infligge un pesantissimo trauma. Penso che siamo oltre, dobbiamo assistere inermi a queste decisioni figlie di una lettura ideologica, ma lo Stato non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita». E poi l’annuncio: «Ho parlato con il ministro Nordio, sta mandando un’ispezione». Alla Procura dei minori dell’Aquila, evidentemente.
Una situazione che sì, sta provocando dolore. Racheal stata, fin da subito, una delle maggiori sostenitrici della “famiglia del bosco”. E mica perché Catherine Birmingham sia sua sorella o perché a quei tre bambini sballottati come un pacco postale (prima prelevati dal loro casolare di Palmoli, poi ospitati nella casa protetta di Vasto e adesso trasferiti in un’altra struttura a Teramo) sia legata dal vincolo del sangue: no, aunt Racheal lo ha sempre detto da un punto di vista professionale. Lei che, in Australia e più precisamente a Victoria, nello Stato di Melbourne, fa la psicologa da almeno vent’anni, che ha insegnato alla Trobe University, che gestisce un programma dopo-scuola di sviluppo delle competenze di vita ed è la responsabile di un progetto nelle elementari che frequenta anche suo figlio: Rachael Birmingham parla sì da zia, però parla pure da professionista dell’educazione.
Certo, qui da noi, in quell’Abruzzo nel quale è sbarcata assieme a sua madre Pauline a fine febbraio, il suo curriculum vale per lo più sulla carta: non è nel team di esperti che segue la coppia anglo-australiana, non è tra i periti o i consulenti di parte. Però il suo è un punto di vista strettamente qualificato, non foss’altro perché i due gemellini di sette anni e la sorellina di otto li va a trovare di tanto in tanto (cioè quando è possibile) ed è tra i pochissimi che possono fare un raffronto serio tra il prima e il dopo, ossia tra come vivevano questi ragazzini quando non era ancora intervenuta la misura di sospensione della potestà genitoriale per babbo Nat e per mamma Cate e come stanno reagendo adesso.
Spoiler (che poi è una rivelazione per modo di dire dato che le grida dei uno dei Birmingham - Trevallion, venerdì sera, nel momento in cui ha dovuto separarsi dalla madre, ti-prego-non-andare-non-ci-abbandonare, sono documentate e hanno fatto il giro dei tigì): non sono per nulla sereni o tranquilli. «Il loro peggior incubo si è materializzato», spiega Rachael al quotidiano Il Centro, «l’unica persona che potesse proteggerli in questo mondo non c’è più».
Non che servisse necessariamente un’analisi psicologica per chiarire il punto: a quell’età, quella che non arriva neanche a due cifre, che sia nel bosco, in provincia o in città, il mondo inizia e termina dove c’è la mamma. Vale per chiunque, vale anche per i “bambini del bosco”: anzi, per loro, che da quasi quattro mesi hanno l’esistenza stravolta, vale forse un tantinello in più. E infatti Rachael rincara: «Siamo tutti molto scioccati, siamo sconvolti. È stato fatto tutto in un modo davvero traumatico, è molto triste. Non mi aspettavo che accadesse questa crudeltà. Anche Catherine non sta bene, tutto questo è devastante per lei. È praticamente bloccata».
D’altronde basterebbe immaginarselo: non puoi vedere i tuoi figli, te ne sei dovuta andar via e non hai neppure potuto spiegar loro il motivo, ti è concesso giusto un colloquio in videochiamata, prendi il cellulare, ti imponi di non far trasparire l’ansia, e che rispondi quando ti chiedono perché -non -puoi -venire perché-dobbiamo-farlo-al-telefono? Lei, Catherine, «ha detto loro di essere forti e di ricordarsi che sono una squadra, che tutto andrà bene»: ma dopo, quando va via la linea, quando sprofondi (di nuovo) nella realtà, che fai? Consola a metà il fatto che «ci sono alcune donne molto gentili che speriamo diano una mano e si prendano cura di loro», però non è facile.
Soffre Catherine, soffre pure Nathan (venerdì sera, a seguito dell’ordinanza del tribunale per i minori dell’Aquila, pare che abbia avuto un acceso e duro confronto con la moglie circa il modo di affrontare questa vicenda che non accenna a chetarsi: niente di strano, un po’ di nervosismo, date le circostanze, è anche fisiologico), soffrono Rachael e Pauline (a cui, tra l’altro, sono venute le palpitazioni per lo stress). «Questi bambini hanno bisogno della loro mamma e del loro papà ora più che mai, non hanno più niente e nessuno. È orribile. I loro genitori sono competenti, non hanno abusato di loro, non li hanno feriti, non sono stati negligenti. Hanno avuto in mente solo il meglio», spiega ancora la zia.
E forse l’immagine che racchiude l’intera assurdità di un’epopea che doveva sbrigarsi nel tempo più breve possibile per salvaguardare “il supremo interesse dei minori” (come ricorda la legge) e invece dura ininterrottamente dal 20 novembre scorso (si sta ancora aspettando l’esito delle contestasissime perizie personologiche) è quella della bambina che non si vuole staccarsi da mom Cate: «Passata mezz’ora non riuscivamo ad allontanarla da lei, non importava cosa dicessimo. Mia sorella sta provando in tutti i modi a fare la cosa più difficile che si possa immaginare per una madre, io non avrei potuto farlo. Però lei è forte. Non riesco a credere a come abbia mantenuto l’integrità, come sia riuscita a farlo in quelle circostanze».