Dopo che Giorgia Meloni ha affermato che è intenzione del governo aprire un tavolo di confronto con i magistrati dopo l’auspicabile vittoria al referendum, il quotidiano Il Dubbio ha ascoltato un po’ di esponenti dell’Associazione Nazionale Magistrati per sondarne gli umori e registrarne le opinioni. Il concetto da loro espresso è stato ben sintetizzato dal titolo che il giornale ha dato all’articolo che ne è venuto fuori: L’Anm risponde a Meloni: «Vinciamo il referendum e il tavolo lo facciamo noi». È un’affermazione forte che sarebbe sbagliato sottovalutare. Essa non può essere rubricata ad una normale presa di posizione in una dialettica elettorale dai toni forti e accesi. Ciò che in controluce traspare da essa, infatti, è la presenza in ampi settori della magistratura di una cultura politica ed istituzionale francamente non liberale. È questo un elemento che è stato poco sottolineato in queste settimana e che forse, più di molti altri, contribuisce a farci rendere della posta in gioco domenica e lunedì prossimi. In uno Stato di diritto è infatti inconcepibile che il potere giudiziario, autonomo e indipendente per principio nel suo campo specifico, possa andare oltre quello che è il compito di applicazione, e anche in una certa misura di interpretazione, della legge.
Esso non può darsi il potere di legiferare, e nemmeno come è avvenuto in passato di fermare preventivamente leggi sgradite (come ad esempio nel 1994 con il decreto Biondi). I suoi membri, detto altrimenti, non possono farsi essi stessi parte politica, se non nella maniera indiretta che è propria di tutti i cittadini, cioè partecipando alla vita democratica del paese nelle sedi dovute e non nell’esercizio delle proprie funzioni. L’idea stessa che dei tavoli possano essere richiesti e convocati dal potere giudiziario è assolutamente incompatibile con la cultura politica dell’età moderna e con la civiltà liberale del diritto. Non credo che tali affermazioni siano dettate, se non in fisiologica misura, da malafede o cattiva volontà. Credo piuttosto che al loro fondo ci sia, appunto, la scarsa dimestichezza di una parte non irrilevante della classe dirigente italiana con i principi del liberalismo.
È, come sappiamo, una tara storica. Dopo tutto, nel nostro Paese ha sempre avuto il predominio culture politiche portatrici di una concezione sostanzialistica e non formale della giustizia, inquisitoria e non accusatoria, giustizialista e non garantista. In essa risuonano lontane eco di tempi passati, oppure quelle di odierne e fallimentari ideologie. Lungi dall’essere semplicemente interprete ed esecutore della volontà del legislatore, che si esprime in norme uguali per tutti i cittadini, il magistrato viene così investito, o si autoinveste, di compiti salvifici: diventa una sorta di agente del bene, chiamato a estirpare il male dal mondo, a punire non i reati ma i vizi degli uomini che, come qualcuno di loro ha detto, sono tutti colpevoli fino a prova contraria. La cultura marxista non ha fatto altro che secolarizzare questa idea: la giustizia liberale non sarebbe altro che l’espressione e il travestimento ipocrita di rapporti di forza tesi al consolidamento degli interessi “borghesi”. Ben vengano perciò interpretazioni “creative” o “progressive” del diritto, tese a vendicare ingiustizie di classe verso coloro che sono ritenuti deboli e discriminati per semplice appartenenza ad una categoria (immigrati, donne e persone di generi non binari, persone di colore, ecc. ecc.). Laddove principio classico del liberalismo è invece la responsabilità individuale e non di gruppo. Stranamente, o forse no, in questa campagna elettorale in pochi hanno insistito su questo aspetto, che pure a me sembra fondamentale: la riforma tende a immettere elementi di liberalismo, e cioè di modernità, in un sistema che liberale non lo è mai stato.