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Referendum, la volata dei comitati per il Sì con la voce di Tortora

di F.C. sabato 21 marzo 2026

3' di lettura

Si respira un’aria buona, all’appuntamento conclusivo della campagna referendaria per il Sì, in via Palermo a Roma. Ci sono tutti i comitati che in queste settimane hanno battuto palmo a palmo la penisola per spiegare e difendere la riforma. Quelli legati alla maggioranza, i cattolici, i pannelliani, gli avvocati, gli eroi della sinistra per il Sì e i supereroi con la toga (consapevoli che finiranno la carriera in esilio, se le cose andranno male). Unici assenti, giustificati, gli esponenti di “Lettera 150 per il Sì”, il comitato vicino alla Lega, che sono andati a portare omaggio a Umberto Bossi: il primo applauso è per lui. A quattr’occhi, tutti i presenti raccontano la stessa cosa: negli ultimi dieci giorni, quelli in cui gli elettori decidono dove mettere la croce, hanno trovato le sale piene ovunque andassero. Sensazioni positive che coincidono con i numeri dei sondaggi che la legge vieta di citare: la partita sarà dura, ma si può vincere.

L’inizio è da pelle d’oca, a dimostrazione che non sempre la politica è cinica. Dagli altoparlanti esce una voce dal passato, è quella di Enzo Tortora: «Dovete votare Sì, se volete evitare di vivere l’avventura che ho vissuto io. La parte peggiore della magistratura, arroccata dietro posizioni di privilegio ormai medievali, assolutamente impensabili in uno Stato di diritto, si ostina, assieme ai cosiddetti intellettuali, a dirvi che poi provvederanno». E il pensiero va agli Scurati, agli Augias, ai Carofiglio. Quei magistrati, prosegue Tortora, «non rispondono a nessuno, se non al Csm, che finora, al massimo, ha operato dei trasferimenti. Ma non è questo che intendono avere i cittadini, che rispondono in proprio. Come quei 1.200 che furono arrestati con me in una sola notte: senza ombra di indagine, senza ombra di prova, senza ombra di riscontro telefonico». Era l’appello per il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati, e da allora nulla è cambiato.

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Officia Alessandro Sallusti, portavoce del comitato Sì Riforma, vicino alla coalizione di governo. Si dice «certo» che «dalla prossima settimana avremo una magistratura più libera, più indipendente, più autonoma e più giusta». Nicolò Zanon, presidente dello stesso comitato, invita a immaginare le conseguenze sulle istituzioni di una vittoria del No, per il quale ha fatto campagna l’Anm: «Saremmo il primo Paese di democrazia liberale in Occidente in cui la magistratura associata ottiene consenso popolare. Con quali conseguenze sugli equilibri costituzionali futuri?».

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Il cattolico Domenico Menorello, dei comitati civici “Per un giusto Sì”, denuncia «la giustizia che pretende di far politica, che pretende di guidare il popolo». Cita il manifesto originario di Magistratura democratica, dove è scritto che la funzione giurisdizionale è «un momento della più generale funzione di indirizzo politico» e non deve essere «subordinata e accessoria rispetto a quella legislativa». Una maratona oratoria virtuale di dieci ore, da Aosta a Catania, è l’ultimo contributo alla causa di questi comitati. Tra i più applauditi c’è Anna Gallucci, sostituto procuratore a Pesaro. Ricorda alla platea che «non c’è solo la magistratura delle poltrone, c’è anche una magistratura dei doveri». Chi sbaglia, sottolinea, «deve anche pagare. Siamo esseri umani, possiamo sbagliare, e se sbagliamo è giusto che paghiamo». Alla fine sale sul palco la piddina Pina Picierno. Accusa «chi ha inquinato il dibattito pubblico e infarcito il referendum di pericoli inesistenti, trascinando il Paese in un ring di delegittimazione reciproca», ed è chiaro che si riferisce anche a molti del suo partito.

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