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Schlein e Sala, l'ultimo comizietto per il No: come si presenta la piazza a Milano

di Enrico Paoli sabato 21 marzo 2026

4' di lettura

Ti aspetti la piazzata, di quelle piene come un uovo, essendo il comizio di chiusura della campagna elettorale del Pd per il referendum sulla giustizia. Invece ti ritrovi in una piazzetta (Sant’Agostino, a Milano, per giunta usata solo a metà) dove la segreteria dem, Elly Schlein, e il sindaco di Milano, Beppe Sala, provano a scaldare il proprio elettorato (non tanti a dire il vero), provato da una temperatura tornata improvvisamente rigida. Ci provano, sprizzando pericolo fascismo da ogni poro, ma non ci riescono.

«Bravina la Elly», dica la sciura milanese, avvicinandosi alla segretaria dem per la foto di rito, «ma sì, sta imparando», replica l’amica. Ecco, se nemmeno loro ci credono davvero, figuriamoci il resto dell’elettorato... Del resto l’unico brivido della serata, in questa chiusura di campagna elettorale al cloroformio, arriva quando, dal palco, parla il presidente dell’Anpi provinciale di Milano, Primo Minelli: «Se vincesse il Sì inizierebbero a scardinare la Costituzione nata dalla Resistenza. La Costituzione è di tutti, da Antonio Gramsci ad Aldo Moro. Questa destra subisce e non ama la Carta costituzionale».

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Dalle prime file, come se quelle parole fossero state il gettone inserito nel juke-box, parte il ritornello d’ordinanza: «Ora e sempre resistenza, ora e sempre...». Il referendum, giova ricordarlo, è sulla giustizia, non sul fascismo, tantomeno su Monarchia o Repubblica. Quel periodo infausto è stato consegnato ai libri di storia, con il suo giudizio netto, inequivocabile. Ed è lì che deve stare. Evocarlo sempre e comunque dimostra solo l’assenza di argomenti, soprattutto da una parte di una sinistra in forte difficoltà. E Elly? «S’impegna dai...».

Sì, certo, ma non brilla non scalda. Tanto nell’edizione speciale del Tg de La7 sulle ragioni del Sì e del No, quanto in piazza Sant’Agostino, a Milano, svolge il suo compito. A tratti fa quasi meglio Beppe Sala, in veste di animatore di villaggio, agitando il cartello distribuito in piazza e incitando a votare No e invitando i presenti a portare al seggio gli amici. Dai, almeno quella è roba da piazzata. «Qui c’è in gioco la Costituzione, l’equilibrio dei poteri che i nostri costituenti hanno scritto. Andiamo tutti a votare per difendere la nostra Costituzione antifascista», dice la Schlein, «non è una questione di destra, di sinistra o di centro. La Costituzione è di tutti. Noi speriamo che vinca il No, per fermare una riforma che non migliora la giustizia per i cittadini, ma indebolisce l’indipendenza dei giudici che tutela tutti i cittadini, soprattutto quelli che da soli non hanno i soldi e il potere per cavarsela comunque». «Votate no anche contro l’arroganza di un governo che è garantista con gli amici, giustizialista con tutti gli altri», sottolinea la segretaria dem, «un governo che, come dice il capo di gabinetto del ministro Nordio, Bartolozzi, evidentemente vuole togliere di mezzo la magistratura. Questo governo pensa di poter decidere chi fa il giudice e chi no a seconda che gradisca o meno le decisioni che pensa». La riforma separa solo le carriere e aumenta le garanzie. Troppo difficile da dirlo, però. E poi c’è il caso Delmastro.

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«Hanno fatto tutta la campagna dicendo “chi sbaglia paga”. Ma per loro non vale? Per Delmastro non vale», afferma Elly, «un sottosegretario alla Giustizia che si siede a fondare una società con la figlia diciottenne di un uomo già indagato per mafia, sospettato di essere il prestanome del clan Senese. Meloni avrebbe dovuto pretendere le dimissioni». La riforma della giustizia no, ma i processi in piazza sì, e per giunta senza difesa o le tutele previste dal Codice. Il No vero, semmai, è per questa deriva.

Anche perché nel ragionamento della Schlein c’è un evidente contraddizione: «Noi non abbiamo politicizzato», la campagna, «è stata la premier a farlo. Noi Giorgia Meloni la batteremo alle prossime elezioni politiche». Quindi il referendum sarebbe solo una sorta di prova generale. Un ragionamento, quello della segretaria dem, squisitamente politico, non certamente giuridico.

Visto lo stanco ritornello della Schlein tocca al sindaco di Milano il compito di far salire i decibel della platea. «Questo voto sarà molto importante perché se vinceranno i Sì accelereranno le riforme fatte nel loro interesse e non del Paese.

Vogliono cambiare le regole per le elezioni politiche. È diventato un voto politico», dice Sala «e allora noi faremo politicae questa riforma non la faremo passare. Serve una sinistra convincente e servire per arrivare d’accordo, noi purtroppo siamo troppo litigiosi e dovremmo smettere perché questa democrazia è in pericolo. Il No è il rifiuto a una riforma fatta male che creerebbe vuoti normativi pericolosi e perché userebbero la separazione delle carriere per decidere le carriere di un altro potere. Vogliono riscrivere la nostra storia e non glielo permetteremo», chiosa Beppe. L’abbraccio fa i due nel retropalco, con tanto di caloroso sorriso, non sarà l’investitura per il sindaco eterno candidato a tutto, ma è comunque un grazie per quel che ha fatto. Senza di lui la piazzetta, quattro amici da Elly, sarebbe stata una sagra paesana, una festicciola de L’Unità...

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