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Il Csm continua a promuovere le toghe che sbagliano anche a campagna per il referendum aperta

di Fausto Carioti lunedì 23 marzo 2026

 Toghe

4' di lettura

Inutile sperare in una “autoriforma” del Consiglio superiore della magistratura. Qualcuno poteva pensare che il referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario avrebbe indotto il Csm a cambiare i criteri con cui giudica i magistrati. Quel qualcuno, se è esistito, si è sbagliato: nulla è cambiato, anche in queste settimane. A Palazzo dei Marescialli tutto continua come prima. Lo dimostra la vicenda recentissima di un giudice del tribunale di Novara: prima ha tenuto una persona in carcere oltre i termini stabiliti dalla legge, violazione per la quale è stato assolto in sede disciplinare, e adesso è pronta la delibera per concedergli il «positivo superamento» della valutazione di professionalità. Sarà votata nei prossimi giorni dal plenum del consiglio.

Tra i tanti argomenti buoni della propaganda per il Sì, il più solido è infatti quel 99,2% di magistrati ordinari che negli ultimi quattro anni ha ottenuto valutazione professionale positiva. Tutti bravi, tutti promossi: inclusi i responsabili di errori giudiziari, di condanne di innocenti, di scarcerazioni avvenute mesi (talvolta anni) oltre il termine dovuto, di enormi ritardi nel deposito delle sentenze, di prescrizioni fatte scattare per negligenza o sciatteria, di anni di intercettazioni servite a nulla.

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È il segreto di Pulcinella del Csm: prima si assolve il magistrato nel giudizio disciplinare, valutando «di scarsa rilevanza» il suo errore, anche se ha causato l’ingiusta detenzione di uno sventurato. Quindi lo si promuove nella valutazione professionale che deve essere fatta ogni quattro anni, che alla fine è l’unica cosa che conta: via libera all’avanzamento di carriera e di stipendio. Oppure - piano B - quando nemmeno i criteri laschi del Csm consentono di dipingere il fatto come «lieve», lo si “sanziona” per la violazione disciplinare commessa senza andare oltre la semplice censura: l’equivalente di un buffetto. Il risultato finale è comunque lo stesso: la valutazione professionale del magistrato è positiva, perché la regola dice che questa deve essere sganciata dal procedimento disciplinare. Nell’universo parallelo in cui vivono i magistrati italiani si può tenere in carcere ingiustamente un individuo e risultare comunque ottimi dispensatori di giustizia.

La vicenda del giudice di Novara rispetta questo copione. Nel luglio del 2025 il consiglio giudiziario presso la Corte di appello di Torino, cui spetta il primo parere, all’unanimità si è detto favorevole a riconoscere a questa toga il «giudizio di positivo superamento della valutazione di professionalità». Questo, ha spiegato poi il Csm, «non è messo in discussione dalla vicenda disciplinare» cui è stato sottoposto il magistrato «per ritardata scarcerazione verificatasi nel quadriennio in valutazione».

Eppure è difficile immaginare un illecito più grave. Secondo l’articolo 13 della Costituzione «la libertà personale è inviolabile» e «non è ammessa forma alcuna di detenzione (...) se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge». E ancora: «La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva».

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Eppure la sezione disciplinare del Csm ha assolto il giudice «perché l’illecito disciplinare non è configurabile, essendo il fatto di scarsa rilevanza». È la “scappatoia” prevista dall’articolo 3-bis della legge del 2006 che regola il sistema disciplinare dei magistrati: si può essere assolti da ogni violazione se l’organo giudicante la ritiene «di scarsa rilevanza».

E ora il consiglio, nella proposta di delibera approvata all’unanimità dalla stessa commissione, è pronto a certificare che «l’episodio esaminato in sede disciplinare è inidoneo a compromettere il giudizio ampiamente positivo espresso sulla base di tutti gli altri elementi considerati».

Questo nonostante la circolare del 2024 con cui il Csm fissa i criteri di valutazione professionale dei magistrati stabilisca che un simile giudizio può essere assegnato solo in «assenza di gravi anomalie (...) e di significative criticità in ordine all’esito (...) dei provvedimenti giudiziari emessi o richiesti, relativi alla definizione di fasi procedimentali o processuali o all’adozione di misure cautelari». Se ne deduce che una scarcerazione ritardata, violazione di uno dei diritti fondamentali dell’individuo, non è ritenuta una «criticità» abbastanza «significativa».

Relatore della pratica è il consigliere Mariafrancesca Abenavoli, membro togato del Csm ed esponente della corrente progressista Area. Ne parleranno al plenum del Csm convocato per mercoledì 25 marzo, col referendum ormai alle spalle. In ogni caso, la persona tenuta in carcere più del dovuto dovrà essere risarcita, e a risponderne non sarà il magistrato che ha sbagliato, bensì lo Stato, cioè i contribuenti. Il deputato di Forza Italia Enrico Costa ha fatto i conti: negli ultimi nove anni, dal 2017 a ottobre 2025, le persone risarcite per ingiusta detenzione sono state 6.485 e lo Stato ha versato loro, in tutto, 278,6 milioni di euro. Per queste violazioni, nello stesso arco di tempo, solo dieci magistrati hanno subito una sanzione disciplinare: nove hanno ricevuto una censura (il buffetto di cui sopra) e a uno è stato imposto il trasferimento di sede.

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