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No-Tav, Antonio Di Pietro: "Terrorismo. Volontà di creare disordine sociale perché governa la destra"

di Claudia Osmetti martedì 28 luglio 2026

3' di lettura

Nessuna presa di distanza, nessun distinguo, nessuna scusa (e questo c’era da aspettarselo), soprattutto nessuna marcia indietro. A Venaus, che non è propriamente in Val di Susa (però dopo il pandemonio del fine settimana non è che si può star lì a sottilizzare) il movimento No Tav rivendicai fatti di Chiomonte. Peggio, va oltre: se li intesta, a mo’ di vanto collettivo, con l’orgoglio di un gruppo compatto che non ci ripensa nemmeno un secondo.

La polizia ha appena identificato oltre mille persone, la questura sta passando al setaccio tutti quelli che han partecipato al capeggio “Festival alta felicità”, solo domenica si contavano altri 436 individuati; Giorgia Meloni sta arrivando in Piemonte, è metà pomeriggio, la polemica politica è un cancan che dura da tre dì; la procura di Torino (che sta indagando sugli assalti al cantiere) ha fermato quattro antagonisti stranieri (ai tafferugli han partecipato fronde spagnole, francesi e inglesi), probabilmente loro fanno parte di “Blocco nero”, quali siano le accuse formalmente mosse ai quattro non si sa (tuttavia l’inchiesta è aperta per devastazione): eppure gli irriducibili, gli instancabili No Tav, anziché un mea culpa davanti a 140 poliziotti in ospedale, vanno (di nuovo) all’attacco.

I DELIRI

«Il racconto dei giornali e dei telegiornali è il solito», sbotta Guido Fissore che è un’attivista di ottant’anni e un minimo di buonsenso potrebbe anche dimostrarlo, «ci-sono-i-valligiani-che-volevano-manife stare-tr anquillamente-poi-sono-arrivati-i-bl ack-bloc. Questa divisione è assolutamente falsa. Sono andati su in migliaia, quello che è successo là l’abbiamo fatto tutti, siamo tutti responsabili. Non vuol dire che tutti andiamo a tirare pietre ai poliziotti, però le situazioni possono degenerare. L’entrata nel cantiere è stata una cosa condivisa ed è bene che si sappia. Non accettiamo questa divisione tra buoni e cattivi». Della serie, se si cerca una condanna per chi ha assaltato i lavori della linea Torino-Lione e ferito gli agenti (gli incappucciati che han cominciato con le pietre e poi son passati alle bombe carta e alle bottiglie incendiarie) non la si troverà tra gli organizzatori dell’anti a prescindere. Per Franco Olivero Fugera, che fa il consigliere comunale di minoranza a Giaglione, le forze dell’ordine «non sono qui per difendere le persone, ma per difendere la devastazione»; e i Giovani No Tav lamentano che «si è parlato di violenza, ma la violenza è quella che noi subiamo da trent’anni con la militarizzazione». Nientemeno. Pazienza poi se «i danni sono ingenti. Un milione di euro è una primissima stima. Tra le cose bruciate e andate perdute ci sono le centraline ambientali», come fa notare Maurizio Bufalini, cioè il direttore generale di Telt, la società binazionale Tunnel euralpin Lyon Turin. I No Tav fanno fronte unico, che a vederla bene è un po’ una scappatoia e un po’ una sfida: provate-a-prenderci-tutti.

L’EX PM

«Mi aspetto che le autorità giudiziarie prendano provvedimenti concreti», commenta uno come Antonio Di Pietro che è stato magistrato e poliziotto e pure politico e la questione ce l’ha ben chiara, «nelle 48 ore successive c’è l’arresto in flagranza differita e si è proceduti in questa urgenza, mi auguro che le misure disposte vengano convalidate. Tuttavia stiamo parlando di una realtà finalizzata a gesti che hanno gli estremi del terrorismo, dove la Tav c’entra pure poco perché l’interesse principale è mettere in crisi lo Stato di diritto. È una volontà di creare disordine sociale e di criminalizzare il Paese perché è governato dalla destra». È durissimo, intervistato dal direttore Alessandro Sallusti a Dieci minuti su Rete 4: «In questo momento non c’è soltanto il governo, ci devono essere anche la magistratura e le altre forze politiche che non si possono dissociare il giorno dopo con il sì-ma-però. Tutti abbiamo avuto modo di vedere come si erano organizzati questi facinorosi per fare quella devastazione che, tra l’altro, non è un reato da poco, va dagli otto ai 15 anni solo come pena base. La legge c’è, va applicata. Non serve il pugno duro, serve il pugno di legge. C’è anche l’associazione a delinquere con finalità terroristiche e ci sono le lesioni gravi: ricordo che uno che lancia delle granate artigianali non è tanto distante dal tentato omicidio. Il diritto a manifestare è sacrosanto. Però non è che per manifestare tu devi sfasciare la testa a me».

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