La vera bomba del caso Ranucci è scoppiata ieri a piazzale Clodio, nel cuore di Roma. Natalia Potenza, ex compagna di Valter Lavitola, ha raccontato la sua verità al pm Edoardo De Santis. Bionda, longilinea, pantaloni e camicetta bianchi, la quarantasettenne argentina è stata ascoltata per circa dieci ore in Procura e ha depositato numerosi documenti.
Uno dei capitoli più delicati tra quelli affrontati nell’audizione fiume è stato probabilmente il resoconto della visita fatta a casa sua dall’ex conduttore di Report, «cinque giorni dopo l’esplosione dell’ordigno».
L’avvocato Giuseppe Cavallaro, che assiste la donna, prima di annunciare il silenzio stampa concordato con i pm, aveva riassunto così il racconto della sua assistita: «Sigfrido Ranucci, quando è stato interrogato dai magistrati, ha omesso di dire che lui cinque giorni dopo la bomba, tutto tranquillo, come se non fosse successo niente, si era presentato per la prima e unica volta a casa Lavitola. Non era scosso perché Natalia ci ha parlato. Lui e Valter hanno lasciato i telefoni in cucina e la mia assistita li ha visti andare in giardino a parlare per una mezz'oretta. È tutto chiaro? Ci vuole uno scienziato?».
I due «amici fraterni» avrebbero discusso in modo carbonaro, lasciando alla donna l’impressione che stessero concordando una versione. La Potenza considera l’episodio facilmente dimostrabile, dal momento che Ranucci ha la scorta che può testimoniare come il giornalista si sia recato in via Traversari in quell’unica occasione, a ridosso dell’attentato di Pomezia.
«Ci saranno colpi di scena. Potrebbero cambiare la posizione di Ranucci, di Lavitola, tutta la narrazione fatta sino a oggi, tutti gli alibi. Può cadere tutto il loro castello» sono le ultime parole che ci concede Cavallaro, prima di annunciare da Madrid, dove si trova per assistere al Gran Premio di Formula 1, di «non poter più dire nulla».
DIECI ORE DI DEPOSIZIONE
Durante la sua audizione, la Potenza avrebbe ricostruito gli affari ed elencato i beni dell’ex compagno. Che avrebbe ricche proprietà in Zambia, Ruanda, Camerun, Zimbabwe e 7-10 conti esteri. Quelli africani sarebbero gestiti da Gomes Clesio Tavares, il factotum di Lavitola. La Potenza e il suo legale si augurano che «’o Nir» torni presto in Italia e confermi tutto («Con il suo aiuto andremmo avanti ancora più veloce»), dal momento che i magistrati, dopo l’audizione di ieri, potrebbero avere acceso un faro definitivo sugli affari di Lavitola.
In attesa del rientro di Tavares, la Procura potrebbe avviare, in tempi stretti, le rogatorie internazionali necessarie a verificare la bontà delle dichiarazioni della Potenza. La quale, ieri, ha consegnato molti atti agli inquirenti: documenti contabili e bancari, autorizzazioni statali per i carbon credit e, sembra, un accordo «segreto» con Neutralia, la società che collaborava con Lavitola nei business africani e che, nel 2024, avrebbe firmato, secondo Cavallaro, un «patto parasociale per un investimento» con Lavitola.
Uno dei filoni d’indagine più concreti è quello che porta a una società britannica, la Mansfield Brown limited. Per la Potenza e il suo legale apparterebbe, di fatto, a Lavitola. L’11 giugno 2026 ha ceduto per 2,27 milioni il 99 per cento delle quote della Frosini srl, ditta con in pancia circa 1.000 ettari di terreno a Chiusdino, in Provincia di Siena. A comprare è stata la Macos, azienda costruttrice della provincia di Bergamo. La società lombarda, a proposito dell’operazione, ha precisato di avere «concluso un’operazione immobiliare in Toscana, acquistando tale compendio da un’azienda che si giovava della intermediazione immobiliare di Lavitola». Quindi, quest’ultimo e il venditore «sono solo ed esclusivamente controparti di Macos».
L’impresa edile ha, inoltre, assicurato che «non ci sono stati mai rapporti con Lavitola in precedenza e che non vi sono stati rapporti successivi alla stipula, se non limitati agli adempimenti esecutivi del medesimo contratto». La Macos ha anche puntualizzato di aver «scelto di farsi assistere sin da subito per tutta l’operazione dalle indiscusse competenze di Deloitte, che aveva segnalato l’operazione». La Deloitte è una multinazionale che offre servizi di consulenza, revisione contabile, fiscalità e finanza alle imprese, la stessa che stava assistendo Lavitola o, più precisamente, la già citata Neutralia nell’operazione sui carbon credit.
Sempre la Deloitte ha proposto investimenti in tale settore, al fianco della ditta dei presunti soci di Lavitola, alla Macos, ma, alla fine, l’azienda bergamasca non ha ritenuto l’investimento interessante: «I carbon credit sulla carta valgono miliardi, ma poi bisogna acquistare i terreni, le controparti in Africa sono le tribù e a livello di catasto vige l’anarchia» spiega Oscar Magoni, amministratore delegato della Macos.
Il manager ribadisce che l’affare in Toscana ha superato tutti i controlli antiriciclaggio e che il denaro è stato versato utilizzando la Wise, non una banca tradizionale, ma un istituto di pagamento autorizzato dalla Banca nazionale del Belgio.
Il procuratore speciale della Mansfield nell’affare è stato l’avvocato napoletano Alfonso Luigi Marra, settantottenne ex europarlamentare. «Lui è il prestanome di Lavitola. Sul suo conto abbiamo così tanti documenti che può iniziare a preparare le valigie...» aveva commentato Cavallaro, prima di chiudere le comunicazioni.
Il direttore della società è un altro napoletano, il quarantaduenne G.C.. Quando lo contattiamo sembra spaesato e ci chiede persino di ripetergli il nome dell’azienda di cui sarebbe il massimo dirigente. Non ci scoraggiamo e gli domandiamo se conosca il nome dei proprietari. G.C. alza un muro: «Ora sto addormentando mio figlio. Prima di rispondere devo consultarmi con l’avvocato». In questa storia non torna quasi nulla e le versioni dei vari protagonisti paiono inconciliabili. Alla Macos sostengono che l’affare toscano sia stato proposto a loro dalla Deloitte e che Lavitola fosse un intermediario del venditore.
RISSA TRA AVVOCATI
Per l’avvocato Marra, invece, il faccendiere salernitano avrebbe presentato la Macos alla Mansfield. Ma non è chiaro a quale rappresentante dell’azienda. Marra preferisce non dare troppe informazioni e ci invita a scoprire da soli chi siano i titolari della società inglese. Anche se esclude che, tra questi, ci sia il suo amico Valter. A cui sarebbe grato per un motivo molto particolare: «Mi fece un’enorme cortesia perché mi permise di distribuire nelle edicole e nelle librerie a livello nazionale il mio libro “Il labirinto femminile”». Che poté contare su testimonial del calibro di Manuela Arcuri e Karima El Mahroug, più nota come Ruby. Marra, nonostante la gratitudine, definisce però l’attentato a Ranucci confessato da Lavitola una «cosa un po’ da pazzi». Quindi conclude: «Lavitola un mio consulente? Assolutamente no, io sono un consulente. Valter è un cacciatore e conosceva l’azienda per la sua passione venatoria». E della Mansfield con chi aveva contatti? «Con me, perché andavamo a caccia insieme».
Gli riferiamo che per Cavallaro lui sarebbe un prestanome e Marra si scalda: «La Mansfield non è di Lavitola. I 2,2 milioni non sono andati a lui». E quei soldi chi li ha incassati? «La Mansfield» insiste. Ritentiamo: e chi c’è dietro alla Mansfield? «Ma che ne so» sbotta Marra, che, lo ricordiamo, è il legale dell’azienda, mentre il figlio è rimasto proprietario di una quota dell’1 per cento della Frosini, oggi controllata dalla Macos. La ricostruzione finale dell’avvocato resta piena di buchi: «Allora, io sono l’avvocato tanto della Mansfield quanto della Frosini. Conosco Lavitola dal 2015. Valter era al corrente del fatto che la Frosini fosse in vendita e a un certo punto, non ricordo esattamente tutti i passaggi, ha presentato la Macos. Come sia avvenuto l’incontro, non me lo ricordo». Poi conclude con una velata minaccia: «Adesso lo scrivo io un bell’articolo su di voi. Perché sono uno che non si limita e che se ne fotte di tutti».
Ma la temperatura si sta scaldando anche in altri studi legali. Ieri alcuni giornali hanno pubblicato la mail con cui Lavitola, il 5 luglio scorso, aveva inviato al suo storico difensore, Sergio Cola, l’ordinanza di custodia cautelare ai danni degli esecutori materiali dell’attentato contro Ranucci, atto ricevuto nottetempo dalla compagna dell’ex conduttore di Report. Mentre la missiva circolava tra i cronisti, l’avvocato Cavallaro ha ricevuto un messaggio molto duro da parte di Cola. Quest’ultimo ha ricordato al collega che la diffusione delle comunicazioni tra lui e il suo assistito «rappresenterebbe un illecito gravissimo che viola la segretezza della corrispondenza e il divieto di controllo delle comunicazioni tra imputato e difensore», paventando anche un accesso abusivo alla casella di posta di Lavitola.
Cavallaro ha risposto per le rime, sostenendo che il «metodo fondato sulla minaccia» usato dal collega riecheggerebbe «le modalità operative» di Lavitola. Infine, ha evidenziato: «La mia assistita ha agito e continuerà ad agire nel pieno rispetto della legge. Qualsiasi documento o comunicazione in suo possesso è stato acquisito e sarà utilizzato esclusivamente nell’interesse della giustizia». Che, ieri, potrebbe avere fatto un bel passo avanti.