Il gip di Caltanissetta Santi Bologna, condividendo pressoché integralmente le argomentazioni dei pubblici ministeri, ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata per il delitto di concorso nelle stragi di Capaci e Via D’Amelio poiché «pur evidenziando il clima ostile ed emarginante nel quale si trovarono ad operare Falcone e Borsellino all’interno della Procura di Palermo nel biennio 1990-1992 e pur mettendo in luce la distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi», l’inchiesta «non ha consentito di individuare alcun elemento probatorio, autonomamente persuasivo, che possa portare all’identificazione di specifici soggetti tra i magistrati o tra gli esponenti del mondo politico-imprenditoriale legati a costoro da poter iscrivere quali concorrenti morali (e ancor più materiali) in relazione alle due stragi».
Nel decreto, lungo 680 pagine, Bologna evidenzia in numerosi passaggi il clima di isolamento, ostilità e avversione vissuto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino all’interno dell’ufficio che vedeva schierati a fianco del Procuratore Pietro Giammanco quasi tutti i magistrati allora in servizio scopertisi, soltanto dopo le stragi, formalmente solidali con i due eroi ma, nei fatti, loro insidiosi avversari. Tale avversione si è manifestata, in maniera eclatante e forse decisiva, proprio nella trattazione del procedimento mafia-appalti che Bologna ritiene possa essere una concausa delle stragi e che è risultato profondamente inquinato dai conflitti di interessi di alcuni magistrati, sottaciuti per complicità dagli altri.
Ma il decreto si sofferma a lungo sul ruolo «depistante» del senatore pentastellato Roberto Scarpinato e dell’ex magistrato Gioacchino Natoli durante i lavori dell’attuale commissione parlamentare Antimafia, essendo entrambi stati fortemente impegnati a negare importanza all’indagine mafia-appalti, archiviata nel luglio 1992 proprio da Scarpinato, per accreditare la pista della «destra eversiva» riconducibile a Stefano Delle Chiaie alla quale però il gip Bologna mostra di non credere.
La ferma posizione del giudice rispetto al senatore M5s si rinviene in alcuni fondamentali passaggi del decreto che evidenziano appieno l’insostenibilità delle tesi da costui propugnate allo scopo di allontanare da se i sospetti di aver adottato atti favorevoli alle cosche, addirittura addossandole agli incolpevoli Carabinieri. Scrive in proposito Bologna che Scarpinato, «nonostante l’insuperabile sconfessione già nel 2000 della tesi della cosiddetta doppia informativa – tesi, funzionale solo a salvare da censure i magistrati della Procura di Palermo e a scaricare ogni responsabilità sull’organo investigativo (il Ros dell’Arma dei Carabinieri) - si è continuato a sostenerla pervicacemente, anche in anni recenti».
Bologna si dedica a demolire anche le tesi giuridiche propugnate all’unisono da oltre trenta anni dall’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e dallo stesso Scarpinato secondo cui la richiesta di archiviazione del 13 luglio 1992 dell’indagine mafia-appalti era obbligata, vale a dire la tesi della inutilizzabilità delle intercettazioni effettuate dal Ros e, peraltro, autorizzate dallo stesso Pignatone.
Afferma in proposito il gip: «Sia il dottor Pignatone, sia il dottor Scarpinato hanno riferito che il procedimento mafia-appalti era di fatto “azzoppato” dall’inutilizzabilità di numerose intercettazioni. In entrambi i casi si tratta di prospettazioni infondate. Rispetto a quanto evidenziato dal Dott. Pignatone basta osservare che, come si evince dalla stessa richiesta di archiviazione del 13 luglio 1992, le uniche intercettazioni non utilizzabili processualmente erano quelle disposte su richiesta dell’Alto commissario. Per il resto erano gli stessi pm a ritenere che non ricorreva alcuna delle ipotesi previste» di inutilizzabilità. Per quanto riguarda la tesi di Scarpinato (secondo cui le intercettazioni non sarebbero possibili per i partecipi all’associazione mafiosa) Bologna nega «qualsivoglia sostenibilità giuridica» e dà, codice alla mano, una vera e propria lezione di diritto al senatore che lancia un’ombra sinistra sul suo operato da magistrato poiché avrebbe mostrato di ignorare, anche senza dolo, le norme che quotidianamente avrebbe dovuto applicare nella lotta alla piovra mafiosa che proclama di aver combattuto per 40 anni.