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La rivolta dei presidi contro la sciatteria: scoppia la protesta a scuola

di Daniela Mastromattei giovedì 26 maggio 2022

3' di lettura

Se anche il principe William d'Inghilterra e consorte stanno cercando di rivoluzionare il protocollo reale (vorrebbero essere chiamati per nome e non con il titolo nobiliare e abolire inchini e cerimoniali provenienti dalla notte dei tempi) è chiaro che certi rituali sono ormai obsoleti e l'obiettivo è quello di traghettare la monarchia britannica verso un'era più moderna. Speriamo però non vogliano prendere esempio da Harry e Meghan che domenica scorsa si sono dati un bacio appassionato in pubblico, sul campo di polo a Santa Barbara, durante la premiazione. Con lei che con le dita gli ha pulito le labbra, su cui evidentemente era rimasta stampata qualche traccia di rossetto. I reali non possono baciarsi in pubblico, forse è esagerato, ma anche lo spettacolo (criticatissimo) che hanno dato i duchi di Sussex lo era.
Va bene stare al passo coi tempi, ma stiamo vivendo una fase di radicalizzazione estrema della modernità. Che rischia di travolgere la compostezza e l'educazione per sfociare nella sciatteria e nell'indecenza. La cronaca è piena di fatti che imporrebbero un freno. Ma chi può salire in cattedra e dire fino a che punto si è moderni e quando scattano maleducazione e volgarità? Possono gli insegnanti riprendere gli studenti perché si presentano a scuola in modo indecoroso, poiché più che vestiti sono spesso svestiti? Certo che possono, quando i genitori sono troppo permissivi e non frenano le stravaganze dei propri figli.


JEANS STRAPPATI L'ultimo episodio su un dress code discutibile ha coinvolto il liceo Lucrezia della Valle di Cosenza dove una studentessa si sarebbe presentata a scuola con i jeans strappati, suscitando l'ira della vicepreside che li avrebbe coperti con pezzi di scotch. «Poco decorosi e inadeguati al contesto scolastico», questa la motivazione dell'insegnante secondo quanto riferisce il collettivo locale del Fronte della Gioventù Comunista che contesta il gesto.


«L'abbigliamento di un ragazzo non può essere determinato da un presunto dress code della scuola - puntualizza il Fronte - che non è riportato in alcun documento legale, e che nega il diritto di ogni persona di esprimere sé stessa anche con il suo modo di vestire». Non è scritto, ma nessuno di noi andrebbe in chiesa in costume o a un concerto rock in smoking. A scuola come altrove si entra col rispetto del luogo e delle persone che si hanno intorno. A sollevare la questione cinque anni fu la dirigente dell'istituto Vinci Belluzzi di Rimini, Sabina Fortunati, imponendo un regolamento scolastico che vietava pantaloni corti, jeans con i buchi, canotte, magliette stracciate, cappellini, ciabatte. Passò «alla storia» come la preside contro i jeans strappati. Lo scorso anno, il turno del liceo romano Socrate: la vicepreside- raccontarono le ragazze del collettivo Ribalta Femminista - suggerì a una studentessa di non indossare la minigonna, altrimenti «a qualche prof poteva cadere l'occhio». Apriti cielo. Le ragazze di proposito arrivarono a scuola in minigonna, affiggendo cartelli con la scritta: «Non è colpa nostra se cade l'occhio», rivendicando la libertà di vestirsi come volevano. Dopo giorni di commenti e critiche su quanto il decoro contasse in classe e su quali capi di abbigliamento fossero consentiti o no, la faccenda finì nel dimenticatoio. E la trasgressione (e dintorni) rientrò a scuola. Indisturbata

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