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Pasquale Angelosanto, chi è il generale che ha incastrato Messina Denaro

 Pasquale Angelosanto

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Lo descrivono come un uomo semplice, schietto, che ama passeggiare tra i vicoli di Sant’Elia Fiumerapido, suo paese natale situato alle porte di Cassino e che porta ancora oggi i segni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il generale dei carabinieri Pasquale Angelosanto, classe 1958, torna ogni volta che il lavoro glielo consente, per rigenerarsi e staccare la spina dicono gli amici d’infanzia. Mai uno sgarbo, mai una frizione ma solo e sempre profondo attaccamento alle radici.

Qui, in questo comune di 15mila abitanti, riposano i genitori, deceduti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro nel 2011 gettando nello sconforto i figli Pasquale, Roberto (sindaco di Sant’Elia), Marisa e Orietta. Un dolore forte, che ha segnato il segugio dell’Arma che ha stanato Matteo Messina Denaro e che l’11 settembre del 1992, da giovane capitano, consegnò alla giustizia un altro boss indiscusso della malavita, questa volta campana, Carmine Alfieri. Una carriera costellata di successi la sua, ma anche di sacrifici infiniti che spesso lo hanno tenuto lontano dalla famiglia.

 

 

"Sposata" l’Arma nel ’'79, dopo aver frequentato l’Accademia militare di Modena e la Scuola ufficiali Carabinieri, comincia una carriera in prima linea, con numerosi incarichi operativi, oltre che nel Ros, nei reparti territoriali più impegnati nella lotta al crimine organizzato. Dopo essersi occupato di più di un 'catturando' di grosso calibro, diventa comandante della Sezione anticrimine del Ros della capitale, occupandosi, fino al 2002, di eversione e terrorismo interno: segue, tra le altre, le indagini sugli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi, uccisi dalle Brigate Rosse, e sulle infiltrazioni nel litorale romano della cosca di ’ndrangheta Ruga-Gallace-Novella, attiva tra Anzio e Nettuno, nell’hinterland romano.

Uomo di azione, ma anche di analisi, dal 2002 al 2007 lavora all’Aisi (allora Sisde, l’intelligence interna), occupandosi soprattutto di terrorismo, anche internazionale, prima di tornare al Ros, dal 2007 al 2009, dove con il grado di colonnello comanda il Reparto indagini tecniche.

 

 

Per quattro anni è comandante provinciale di Reggio Calabria: un’esperienza intensa, ricca di risultati - 330 le persone arrestate - condensata in un libro (Il Canone e le proiezioni internazionali della ’ndrangheta) che racconta l’evoluzione di quella che a oggi viene ritenuta la mafia più pericolosa, segreta e impenetrabile, per anni nemmeno scalfita dai collaboratori di giustizia.

Vicecomandante del Ros (dal 2012 al 2014), comandante del Racis di Roma (il settore delle investigazioni scientifiche) fino al 2015, due anni al vertice del III Reparto del Comando generale, poi dal 2017 il ritorno al Ros come comandante. "Non amo i proclami. Dico solo che prosegue senza sosta il lavoro investigativo di tutte le forze di polizia per indebolire la struttura che copre la sua latitanza", aveva detto in una recente intervista a chi gli chiedeva per l’ennesima volta dell’ultima grande "primula rossa" di Cosa nostra. Stamattina, improvviso, l’annuncio dell’arresto. Il bersaglio è centrato. 

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