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Giulia Cecchettin, la lezione di papà Gino: come ha polverizzato i luoghi comuni

Giordano Tedoldi
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Quanta forza morale, quanto coraggio, quanto assurdo, quasi folle amore per la vita e che infinita compassione per l’umanità, in questi terribili giorni, deve avere radunato dentro di sé Gino Cecchettin, il padre di Giulia? Sabato, appena rivenuto il corpo della figlia martoriato dalle coltellate, ha affidato queste parole a “Repubblica”: «Il dolore è tanto, inimmaginabile, atroce. Una parte di me che se ne va. Aveva solo 22 anni... Una vita davanti spezzata, senza un motivo logico. Posso capire una malattia, un incidente, ma questo è il modo più inconcepibile. Non te ne fai una ragione. Ma devo essere forte, per gli altri ragazzi, Elena e Davide. Devono, dobbiamo ripartire. Erano tre fratelli unitissimi».

 E ancora, quando gli sono state comunicate le condoglianze dei genitori di Filippo Turetta, l’ex fidanzato di Giulia indagato per l’omicidio e fermato ieri in Germania, Gino Cecchettin è riuscito a pronunciare parole rare, difficilissime in quella circostanza: «Ringrazio i genitori, anche loro stanno vivendo un dramma e quindi sono vicino anche a loro. Certo, io pensavo a Giulia, volevo il suo ritorno. Per me è finita qui».

Sia chiaro: se in quell’occasione, ai giornalisti, Gino avesse, come si dice, sbroccato, se avesse lanciato ingiurie contro Filippo Turetta e tutta la sua famiglia fino alla più lontana generazione, se avesse chiesto giustizia sommaria, se avesse voluto, come ha detto la sorella di Giulia, Elena, «bruciare tutto», se avesse infine manifestato propositi di vendetta immediata e spietata, l’avremmo ascoltato senza un’oncia di disapprovazione, anzi, al contrario, sarebbe stata irresistibile la comprensione nei suoi riguardi, perché ogni persona ha una capacità finita di sopportare il dolore, il male, i torti, le violenze. 

 

Si badi che Gino Cecchettin già da qualche tempo stava elaborando con ammirevole compostezza un dolore immane, quello per la morte della adorata moglie Monica, scomparsa nell’ottobre dell’anno scorso dopo una lunga malattia. Arrivata la tragica conferma dell’assassinio della figlia Giulia, per l’uomo ce ne sarebbe stato a sufficienza per impazzire di dolore e, davvero, bruciare letteralmente tutto. Ma evidentemente le sue risorse sono superiori anche a questo, e dall’abisso in cui è stato scagliato deve avere intravisto che la via della vendetta non sarebbe, per sé, per la memoria di Giulia e soprattutto per i suoi ragazzi, Elena e Davide, quella più giusta, più utile, più sana. E non lo sarebbe nemmeno per la comunità in cui vive, per la società degli altri uomini cui, in un certo modo, ora lui ha la responsabilità di indicare una strada. Gino Cecchettin, nel mezzo della sventura, parla come se il suo dolore non fosse una variabile indipendente o il punto di Archimede grazie al quale non sollevare, ma incendiare il mondo; lungi dall’esserne accecato, dietro ogni sua dichiarazione si scorge la preoccupazione dei rapporti umani, rapporti che, e questo davvero sbalordisce, impediscono la facile (ma dobbiamo ripeterci: comprensibile) scorciatoia dell’odio.

Il tragico assassinio della figlia non lo priva della fede nella vita, nel bene, nella possibilità che il male – chissà come, chissà con quali titanici sforzi – possa essere ridotto, contenuto, se non abolito. Al culmine della disperazione, pensieri di positività: andare avanti per amore dei figli e dei cari stroncati dalla malattia e dalla violenza omicida; nessun germoglio di vendetta e addirittura, da padre, la vicinanza a quei genitori che, benché di un altro genere, stanno pure vivendo un’immane sofferenza.

 

In queste ore in cui davvero le donne, anzi, per meglio dire, ogni singola donna avverte (come nessun maschio può presumibilmente comprendere) l’orrore derivante dall’ennesima vittima di femminicidio, e incredula, rabbiosa, sdegnata o angosciata si chiede come sia che ancora oggi l’oscuro pozzo, l’incubo della violenza maschile possa così disinvoltamente insanguinare la realtà, e mentre tutti – stato, classi dirigenti, figure educative – hanno ripetutamente fallito la loro missione, il padre di Giulia si staglia come un individuo, un padre, e un maschio diverso. Un eroe immacolato? No, un uomo. 

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