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Repubblica, fango sugli agricoltori: per il giornale di Elkann sono vandali

di Gianluigi Paragone lunedì 5 febbraio 2024

3' di lettura

In questi giorni il giornale della famiglia Elkann sta menando sugli agricoltori, colpevoli di essere sussidiati e di essere dei vandali. Addirittura Massimo Giannini si è esercitato su una strana similitudine definendo gli agricoltori il piazza come “moderni kulaki”. Chi erano i kulaki? Erano contadini contro cui Stalin si accanì (per prenderne le terre) a tal punto da spedirne nei gulag 2 milioni e mezzo, dei quali 600mila ci lasciarono le penne. Perché Giannini e Repubblica ce l’hanno con gli agricoltori in piazza? Perché fondamentalmente in quel giornale convivono la vena sinistrorsa (con timbri quasi bolscevichi) per cui gli agricoltori diventano nemici del popolo, usurpatori delle terre; e la vena fighetta che il papà dell’editore John Elkann, ovvero Alain, rappresentò nel suo articolo contro i giovani lanzichenecchiche aveva incrociato sul treno.

Gli agricoltori in piazza non sono né kulaki moderni né, altro concetto che va per la maggiore sul giornale di Maurizio Molinari, agrivandali. La differenza tra gli agricoltori e gli ecovandali sta nel fatto che i primi puzzano di vero letame perché stanno in stalla a lavorare, i secondi si divertono tra vernici e provocazioni artistiche in nome di battaglie green. Insomma se i primi sono costretti a scendere in piazza e manifestare in maniera accesa lo fanno solo perché sono alla canna del gas. Ma non si può dire perché nel racconto che fanno gli agricoltori sono «la categoria che più ha preso dall’Europa». Vogliamo fare la conta di chi ha avuto a che fare coi soldi dei contribuenti, cara Repubblica oggi blasonata Elkann/Agnelli ieri De Benedetti? Suvvia. L’agricoltura è stata sovvenzionata dall’Europa com’è giusto che sia: davvero pensiamo che questo settore possa essere incardinato nella casella del libero mercato e tanti saluti? Non credo proprio. Innanzitutto perché la Terra non risponde alle logiche della catena di montaggio; in secondo luogo perché nel presuntuoso tentativo di farlo è successo un casino totale: brevetti, norme, burocrazia, strapotere negoziale, sono solo alcuni dei passaggi che ciclicamente trascinano i piccoli imprenditori sull’orlo della crisi di nervi e quindi a dover portare i trattori fuori dai campi.

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Le proteste danno fastidio: magari l’idea di metterli in qualche gulag moderno con l’accusa di essere prepotenti kulaki può tornare utile. Ma che cosa sono gli interessi per il cibo sintetico o per le farine d’insetti se non il cavallo di Troia per mettere le filiere agricole in fuorigioco? Gli agricoltori costituiscono un notevole pacchetto di voti che alla vigilia delle Europee fa gola, certo. E sta nelle regole del gioco che proprio alla vigilia del voto costoro alzino la voce: è a Bruxelles che hanno combinato il guaio. Speravano di zittirli pagandoli? Non funziona così. Perché le scommesse politiche dell’Unione e dei... Commissari (perfetta dicitura per una istituzione che col popolo non c’entra nulla) vanno verso direzioni penalizzanti per gli agricoltori: direttive green, Farm to Fork (quindi carne coltivata), Nutriscore, politiche di apertura a est. Sono mille le ragioni della rabbia degli agricoltori e se ne conoscessimo un po’ di più le faticose vite lavorative dovremmo solidarizzare con loro. Specie quando facendo la spesa nella grande distribuzione pensiamo che i rincari dei prodotti finiscano nelle loro tasche. Per niente affatto.

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