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Gemelle Kessler, libertà è scegliere fino alla fine

di Mario Sechi martedì 18 novembre 2025

3' di lettura

La morte delle sorelle Kessler riporta in prima pagina il tema del “fine vita” che sul nostro giornale abbiamo sempre declinato con la libertà di coscienza. So che la libertà è tale quando incontra dei limiti e non lede i diritti degli altri, ma nel momento in cui si gioca l’ultima mano della partita della vita, vorrei poter morire come voglio. Capisco che questo possa essere letto come un atto di supremo egoismo - per l’impossibile liberazione dal ricordo e per il dolore che lascia intorno a chi ci ha amato ma il dolore (anche quello esistenziale), il declino fisico, la sofferenza nella malattia, possono diventare un peso insopportabile, un’umiliazione infinita della carne e dello spirito.

Sono cose alle quali ognuno di noi ha pensato, quasi sempre senza confidarsi, in segreto, nel silenzio della propria anima. Quando ero ragazzino, come tanti tra noi, ero attratto da Giacomo Leopardi, cantore dell’infelicità, poeta del pessimismo cosmico. Adolescente, in cerca di risposte di fronte aun mondo che si presentava come un regno d’incertezza, consumai in maniera febbrile le pagine de Il mito di Sisifo e de L’uomo in rivolta di Albert Camus, in entrambi i libri le argomentazioni contro il suicidio mi sembrarono convincenti: l’inutile illusione della fuga dall’assurdo (che è sempre presente nella nostra esistenza); la fiera opposizione alla rinuncia al nostro bene più prezioso, la vita; il mantenimento della lucidità, di una coscienza vigile che trova sempre una ragione, una risposta per vivere. Con il passare degli anni, con l’esperienza, con la frequentazione di persone scaraventate dal destino in situazioni senza più alcuna via d’uscita, ho maturato una visione più disincantata (e non per questo priva di sentimento), più vicina a chi soffre, realista e non manichea, disposta all’ascolto del prossimo. Sento la voce dei contrari, l’argomento che scatena la colpa: non puoi imporre la tua morte a chi ti ha voluto bene, causando la devastazione della loro anima, minando la loro esistenza con il ricordo della tua presenza che è diventata un’immanente assenza. È un punto di estrema verità, ma nello stesso tempo c’è l’indicibile che accade nel tuo corpo, nella tua mente, nella tua capacità di capire, di sopportare, di donarsi agli altri in un atto disperato di altruismo che prolunga il tormento e l’angoscia. Morire per salvare il prossimo sembra più facile che vivere nello strazio per preservare gli altri.

Poi c’è la domanda che ha una risposta sospesa, qual è il livello di sopportazione? Può dirlo la medicina quando si toccano i nervi, i muscoli, la carne viva, ma quando si pizzicano le corde dell’anima, il suono è insondabile, più tagliente di una spada giapponese. Conosco da vicino la dignità eroica della malattia di chi ami, il coraggio di chi non si arrende, i sacrifici di chi non cede.

E sì, può darsi che un giorno, improvvisamente, tocchi anche a me dover scegliere tra due vie dell’impossibile, accettare il fato e spegnere la luce, oppure cavalcare un immaginario sentiero di patimento dove continua a splendere una speranza.

Ognuno di noi può trovare un motivo per vivere e uno per morire, mille per farla finita e mille per non fermarsi, una strada per tagliare corto e una per continuare il cammino. Siamo di fronte al mistero, le gemelle Kessler ci hanno spalancato, di nuovo, quel cancello. Io sono arrivato a questo punto: voglio essere libero di chiuderlo, aprirlo o, come faccio ora con tutti voi, contemplarlo e cercare nella scrittura (la ragione della mia esistenza) la risposta al nostro miracolo che oscilla ogni giorno tra la morte e la vita.

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