Lonate Pozzolo, 11mila anime nel profondo sud -ovest del Varesotto, in queste ore è caput mundi, luogo dove si specchiano la politica come buon artigianato (se arte vi pare troppo altisonante) di governo, il giornalismo collettivo intento a impaginare il proprio pregiudizio, la coscienza del Paese. Il microcosmo è la coscienza di Jonathan Rivolta, 33 anni, due lauree, un dottorato in Management, un salutare istinto umano (troppo umano, pontificano i buonisti della Ztl dai loro terrazzi con sedici antifurti diversi e non di rado le guardie private) di difesa della propria casa, e di sé. Vita, libertà e proprietà: questa triade componeva i diritti naturali inviolabili secondo un tizio di nome John Locke, il fondatore dello Stato liberale moderno.
È esattamente ciò che Jonathan ha visto minacciato nella sua villetta di Lonate Pozzolo, quando ha sentito andare in frantumi il vetro della portafinestra, ha afferrato un coltello dal suo zaino da trekking, si è trovato davanti tre galantuomini intenti a rovistare ovunque, ha ricevuto un pugno da uno di loro, ha sbatteto la testa contro uno stipite ed è caduto. Da lì è nata una colluttazione, il rapinatore è stato colpito con due coltellate ed è morto poco dopo, abbandonato dai suoi complici davanti all'ospedale di Magenta. In qualunque mondo imperniato sulla logica elementare, prima ancora che sul liberalismo lockiano, sono i fotogrammi in successione di un caso di legittima difesa. E infatti al momento questa è la posizione di Jonathan per gli inquirenti: una notizia che è un atomo di civiltà umana e giuridica, a cui non è estranea la politica.
Essì, perché se oggi la posizione formale di Jonathan corrisponde alla sostanza dell'accaduto, è anche perché la legge fortemente voluta dalla Lega con una battaglia dentro il governo gialloverde nel 2019, poi rafforzata ulteriormente dal Decreto Sicurezza 2025 dell'esecutivo Meloni, ha messo nero su bianco la presunzione di proporzionalità quando si usa un'arma legittimamente detenuta per difendere la propria incolumità oi propri beni da un'intrusione violenta. Pare proprio la descrizione ante litteram della dinamica andata in scena in quella villetta del Varesotto, almeno a qualunque osservatore non arroccato ideologicamente. Non è così invece per il Corriere della Sera, un'era fa organo di quella borghesia produttiva che è l'impasto stesso di quei territori.
Nell'edizione di ieri il Corrierone ci ha sfornato un ritratto di Jonathan Rivolta che era quantomeno un bozzetto antropologico negativo, se non una richiesta di iscrizione nel registro degli indagati. Anzitutto, l'immagine da cui sceglie di partire il cronista: «Fuori, il sacco da boxe sul balcone. Per allenarsi, cultore fin da piccolo delle arti marziali: lo si vedeva sferrare pugni e calci anche al mattino presto, ritmo e forza». Insomma uno a cui piace menar le mani, uno in bilico sull'esaltazione della violenza (potenza del lessico obliquamente valutativo, quando in realtà sarebbe il praticante di una disciplina che insegna il controllo del corpo e dell'anima). Poi, c'è la terra in cui vive, questo ragazzo che addirittura usa un sacco da boxe per tirare pugni, e c'è la sua gente reietta, il suo paesaggio umano desolante: «Un popolo discepolo di birrifici, sushi, tatuatori e corse con il cane».
Una sorta di sottoproletariato esistenziale, al massimo arricchiti rimasti miseri dentro, sudaticci, volgari, che ordinano pinte di bionda invece che calici di champagne, e che certamente farebbero la figura degli animali esotici agli aperitivi di via Solferino. Non è un pezzo, è un rigurgito classista su carta. Ma quel che è peggio è che questi beoni tatuati e imbottiti di cibo giapponese si mettono «giù a elencare una sequenza nei mesi scorsi di assalti a domicilio, sempre s'intende da parte di nomadi». Perché sono chiaramente una banda di razzisti (loro eh).