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Vita criminale e declino parallelo: la fine ingloriosa di René e Felice

Vallanzasca e Maniero hanno rappresentato i simboli dei banditi belli, maledetti e senza scrupoli. Romanzati quasi come star del cinema, ora il regresso cognitivo li ha ridotti a maschere grottesche
di Carlo Piano lunedì 19 gennaio 2026

5' di lettura

Sono usciti in silenzio dalla scena che si erano presi, nemmeno fossero attori del cinema, il loro ritratto di Dorian Gray è sbucato dal ripostiglio e li ha soppiantati. Gli eroi son tutti giovani e belli, scrisse il Maestrone; loro erano giovani e belli ma non eroi. Felicetto Maniero. Il re della mala del Brenta. Una faccia d'angelo che piaceva alle donne, con quel sorriso beffardo stampato sulle labbra, come se volesse prendere il mondo a schiaffi. Ma soprattutto aveva il cervello. Un cervello fino. Sprecato in attività criminali, corrotto dal malaffare, deviato - ma di prima scelta. L’intelligenza, come la bellezza, non viene distribuita dal destino o, per chi ci crede, da un’entità superiore secondo alcuna graduatoria del merito. Non premia, non punisce, non giudica. Il destino assegna a casaccio. E poi si gira dall’altra parte. La mente di Felice sapeva pianificare i colpi nel dettaglio: con la lente d’ingrandimento, la pistola carica in tasca e il bilancino. Precisa come un miniaturista.

Analizzava i rischi, li preveniva, li riduceva. Sequenziava le fasi, calendarizzava le operazioni. Razionalizzava i compiti dei complici. E tutto ciò senza che l’intelligenza artificiale potesse dargli una mano, quando Sam Altman non era nemmeno stato concepito. Metodo scientifico applicato al brigantaggio. Un calcolatore ossessivo. Lo dimostrò nella rapina all’Hotel Des Bains. Lido di Venezia, un posto da siuri che traboccava di grana. Oltre cinque miliardi di lire in gioielli e contanti, razziati forzando le cassette di sicurezza.

Non un urlo. Non uno sparo. Nessun ferito. La banda del Brenta svanì nella notte, scivolando sulle acque immobili della laguna a bordo di due motoscafi con lampeggianti blu, identici a quelli della polizia. Un lavoro pulito. Un’altra volta, all’aeroporto Marco Polo di Tessera, si impossessò di decine di casse piene d’oro e gioielli, in attesa di essere imbarcate su un volo per Francoforte. Valore: tre miliardi di lire. Aveva scandagliato tutto, fino alle minuzie: complicità interne, orari, turni di sorveglianza, punti deboli della sicurezza. In una cascina di Campagna Lupia una forgia accesa e crepitante attendeva il commando. In poche ore fusero l’oro in lingotti. Vestiti e furgone vennero bruciati, poi affondati nel fiume. Nessuna prova residua.

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TESTA FINA
Che testa fina, Felicetto. Ne aveva fatta di strada storta il ragazzo di Campolongo Maggiore che aveva cominciato rubando pollame con lo zio paterno Renato: dalle galline ai lingotti. Senza mai fallire un passo. Ma adesso la sua faccia d’angelo si è consunta, schiacciata dal peso impietoso dei suoi settantuno anni, incisa nella carne da una ragnatela di rughe. Ma questa è solo l’inevitabile crudeltà della vita, con cui tutti, prima o poi, siamo costretti a fare i conti. Il vero problema è che il cervello lo ha tradito. Si è disfatto, smarrendosi nello spaventevole mistero della demenza senile. I collegamenti neurologici si sono interrotti, le sinapsi non reggono più. Sbalzi d’umore improvvisi, vuoti di memoria, depressione, tratti bipolari. Quale marasma stia devastando il suo sistema nervoso, i medici non lo sanno ancora dire con certezza.

La malattia bastarda, comunque, ha rapinato l’intelligenza al rapinatore. Un contrappasso dantesco. Dopo la morte della madre Lucia, a cui era legatissimo, l’equilibrio che lo teneva insieme si è sgretolato, in un cortocircuito cerebrale irreversibile. Ricoverato in una casa di riposo, le capacità cognitive sono ormai prossime allo zero. Lui che evase rocambolescamente dal carcere di Fossombrone, oggi non riesce nemmeno a uscire dalla stanza per andare in bagno. La mente è un vetro opaco. Restano solo sciami di ricordi spaiati e disarmonici. E poi la condanna peggiore, più pesante dell’ergastolo ostativo: la solitudine. Abbandonato da tutti, con i figli che non rispondono nemmeno al telefono.

La stessa malasorte si accanisce su un’altra leggenda ancora in vita della Ligera: Renato Vallanzasca, che ha appena compiuto settantasei anni ed era il capo della sanguinaria banda della Comasina. Se Felicetto partì dalle razzie di bestiame, lui iniziò rubando nelle edicole del Giambellino, figurine dei calciatori e fumetti di Tex Willer. Il Bel René, che mandava fuori giri anche lui le donne, soprattutto le signore borghesi e annoiate, in cerca di scosse forti. Il fascino del male non è un’etichetta letteraria. Oggi Vallanzasca è internato in una casa di cura di Padova, in condizioni critiche, come Felice. Il cervello annebbiato da un decadimento cognitivo rapido e feroce. Tremori. Afasia. Deliri intermittenti.

Lui che era curioso, intuitivo, rapido di sguardo, di grilletto e di decisione. Lui, un’intelligenza diabolica, che nel porto di Genova evase passando da un oblò del traghetto che doveva trasferirlo nel carcere di Nuoro, beffando una scorta di cinque carabinieri e dileguandosi a piedi, nel nulla. Il Bel René, autore di una settantina di rapine, lasciandosi alle spalle una scia di cadaveri, che guidò l’assalto armato al penitenziario di Lodi, liberando il suo braccio destro, Angelo Colia. Felice e Renato: si può davvero parlare di vite parallele? Mah. Non saprei.

Non credo sia il caso di scomodare Plutarco: lui raccontava di Teseo e Romolo, di Demostene e Cicerone, di Alessandro e Giulio Cesare. Qui, molto più banalmente, si tratta di vecchi delinquenti, antieroi impolverati, se vogliamo essere generosi. Uno spadroneggiava nella Lombardia del boom industriale, l’altro terrorizzava le ricche terre del Veneto e svuotava le casseforti dei casinò. E adesso non fanno più paura a nessuno. Forse solo a se stessi, quando allo specchio si trovano davanti visi deformati, ridotti a maschere grottesche e irriconoscibili.

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LA VERITÀ
Se potessi chiedere un parere al mio professore di liceo – si chiamava Colombotto – mi direbbe che “sic transit gloria mundi”. È tutta qui la verità? Entrambi annichiliti, sepolti nel lontano passato. I bottini imboscati nelle cantine dei casolari, le conquiste, gli amori, i morti ammazzati, le smorfie sprezzanti in tribunale, i titoloni a tutta pagina. Forse questo è l’ultimo racconto, prima dei coccodrilli che – auguro loro il più tardi possibile – verranno pubblicati. Due simboli del male di un’altra epoca se ne vanno come chiunque altro: come un pensionato delle poste, come un operaio della Mirafiori, come una casalinga che non ha mai svaligiato un portavalori, ma ha speso la vita intera a mettere il pranzo in tavola e a tirare su i figli. Per chiudere, come ho aperto, cito a braccio il maestro Guccini: non serve menar vanto, perché siamo tutti uguali e moriamo ogni giorno dei medesimi mali.

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