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Sinistra ipocrita anche sulla memoria

L’imbarazzo della sinistra nel commemorarlo ci fa vedere da che parte stanno gli amici del popolo ebraico e di uno Stato che in molti vorrebbero far semplicemente sparire dalle carte geografiche
di Corrado Ocone martedì 27 gennaio 2026

3' di lettura

Con che faccia gli esponenti della sinistra, e più in generale tutti coloro che hanno sparato a zero su Israele per un anno intero, celebreranno oggi il Giorno della Memoria? In quest’ultimo periodo è successo quel che pensavamo che mai più sarebbe successo. E che la reiterazione della Memoria ogni 27 gennaio avrebbe dovuto servire proprio a non far più succedere, temprando le nostre coscienze in modo definitivo. Abbiamo visto cioè rinascere, proprio in Europa e in Occidente, l’antisemitismo. E lo abbiamo visto assumere proprio quella fisionomia ambigua che esso aveva assunto un tempo, a cavallo fra Otto e Novecento, andando a costituire il brodo di coltura ove poi sarebbero maturati i progetti nazisti di “soluzione finale” della “questione ebraica”. Capziose distinzioni fra Israele e il suo governo, fra cittadini dello Stato ebraico ed ebrei.

E poi ancora l’uso del termine “genocidio”, prima da tutti usato per indicare l’unicità della Shoà, slargato così tanto da farlo diventare un boomerang per gli stessi ebrei, in un gioco di specchi ove le vittime di un tempo, anzi di sempre, diventavano, contro ogni evidenza anche empirica, gli efferati carnefici di oggi, i nuovi “nazisti”. A Israele è stato non solo negato il diritto di difendersi, ma persino quello d’esistere. Lo slogan-programma di Hamas, “Palestina libera dal fiume al mare”, è stato fatto proprio senza troppi turbamenti d’animo anche da tanti occidentali. In questo totale capovolgimento della realtà, in questa sfrontatezza senza limiti, si è distinta proprio la sinistra, la stragrande maggioranza di essa, persino quella che un tempo (ora non più) chiamavamo “riformista”. Cioè quella parte politica che più aveva riempito di retorica le manifestazioni del 27 gennaio nei decenni precedenti.

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Era, oggi scopriamo, non la buona retorica di chi, con la testimonianza e il ricordo, intende testimoniare un evento tragico del passato e lanciare il monito a che esso più non si ripresenti. Era la retorica cattiva di chi usa un evento del passato strumentalmente, cioè per un fine politico. Quale esso fosse non è nemmeno troppo difficile capirlo: condannare attraverso il nazismo l’alleato fascista di un tempo e, attraverso il fascismo, svincolato dal suo contesto storico, il presunto “fascismo dell’oggi”, in pratica di tutti coloro che non hanno credenziali progressiste.

Funziona sempre, anche a livello inconscio, l’idea di una “fascismo eterno”, di un nemico che non muore. È una tremenda macchina delegittimante che, portando la discussione dal terreno storico-politico a quello morale, tende ad eliminare il nemico per vie indebite, mostrificandolo. Si tratta anche di una semplificazione storica, di un vero e proprio occultamento di cadavere: si astrae, infatti, dalla lunga storia dell’antisemitismo che era attecchito spesso a sinistra non meno che a destra, a cominciare da quell’Unione Sovietica che in certi momenti della sua storia lo aveva elevato a “sistema”. Il “peccato originale” di Israele era e resta agli occhi della sinistra di essere una democrazia, un avamposto di quell’Occidente liberale e capitalistico, e in questo senso “fascista”, in cui molta sinistra non ha saputo mai veramente integrarsi.

Ma, d’altronde, quanti ebrei, anche italiani, sono caduti in questa trappola teorica che ha portato ad identificare la sinistra come la parte politica che più teneva alle loro ragioni? Questo 27 gennaio ha quindi anche l’effetto di un’agnizione, un disvelamento finale. Per gli ebrei di sinistra, ma più in generale per tutti noi. L’imbarazzo della sinistra nel commemorarlo ci fa vedere da che parte stanno gli amici del popolo ebraico e di uno Stato che in molti vorrebbero far semplicemente sparire dalle carte geografiche.

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