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Rogoredo, rivolta dei poliziotti contro i magistrati: "Un'accusa assurda"

di Alessandro Aspesi venerdì 30 gennaio 2026

4' di lettura

Sempre più spesso sotto tiro, sottopagati – 1500 euro per gli agenti di prima nomina più 5 euro di indennizzo al giorno – e se sparano per difendersi il procedimento penale è pronto ad attenderli. Con tutte le gravi implicazioni psicologiche, famigliari ed economiche del caso. È anche per questo che nelle ultime ore la rabbia dei sindacati di polizia sta crescendo. Un’ondata di indignazione più che comprensibile dopo l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario del poliziotto che lunedì sera, vedendosi puntare un’arma contro, ha sparato per difendere la vita propria e quella del collega.

A terra Abderrahim Mansouri, un 28enne di origine marocchina, irregolare sul territorio nazionale con precedenti penali per spaccio, rapina, resistenza e lesioni. Un’indagine dovuta si è detto, come quella dei carabinieri del caso di Ramy Elgaml, che però già pesa come un macigno sulla vita di un agente con vent’anni di servizio e una carriera impeccabile alle spalle che, nel buio della sera, non ha avuto nessun modo di stabilire (in frazioni di secondo) se quell’arma che gli veniva puntata contro, da 31 metri di distanza, era la replica perfetta e senza tappo rosso - di una pistola vera, una Beretta 92.

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Un gesto di sopravvivenza che però adesso ha trasformato proprio lui nella vera vittima. «In questo modo ci fanno morire due volte: la prima per mano dei criminali e la seconda attraverso i procedimenti penali», spiega Pasquale Griesi, segretario Fsp, sottolineando che «per un poliziotto uccidere volontariamente è praticamente impossibile». «Voglio ricordare che durante il servizio, come agenti, siamo preposti a difendere non solo l’incolumità del cittadino ma anche la nostra e quella dei colleghi».

«È stata una questione di secondi e l’agente ha reagito», continua il segretario, «per noi ormai lavorare significa trovarsi di fronte persone che ti puntano una pistola addosso». Ed è vero. Le armi da fuoco puntate contro polizia e carabinieri sono sempre più frequenti e, di conseguenza, i casi di “difesa putativa” sempre più numerosi. Ma di cosa si intende esattamente con questo termine? Lo abbiamo chiesto a Massimiliano Pirola, segretario provinciale del Sap Milano. Il sindacalista ha spiegato che la difesa putativa per i poliziotti ricorre quando un agente, per un errore scusabile indotto da circostanze oggettive, suppone erroneamente di essere in pericolo. Se le indagini successive accerteranno che l’errore è fondato su elementi concreti la reazione non sarà punibile.

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Questo specialmente nel caso si configuri un «fraintendimento dell’arma». Quando cioè un soggetto estrae un oggetto (es. cellulare, portafoglio) in modo concitato, spingendo il poliziotto a credere erroneamente che si tratti di una pistola e portandolo quindi a reagire con l’uso delle armi. In questo caso, poi, l’oggetto in questione era proprio un’arma anche se giocattolo... E cosa fai, chiedi all’uomo che ti punta la pistola contro «scusi, ma è vera o finta?». Per questo Pirola difende l’agente cercando anche di spiegare cosa significhi realmente per un appartenente alle forze dell’ordine trovarsi in una situazione ad alto rischio come quella di lunedì sera.

«Non capita tutti i giorni di trovarsi di fronte a persone che ti puntano un’arma così come non capita tutti i giorni di dover decidere, in una frazione di secondo, come agire mettendo in gioco la propria vita e quella dei colleghi», racconta il segretario, sottolineando come chi non indossa una divisa spesso ignori cosa significhi davvero operare in simili condizioni, «dove ogni scelta può essere determinante e irreversibile». Il sindacalista fa poi cenno alle polemiche che in queste ore stanno comparendo su alcuni media definendole «sterili e pericolose, perché distolgono l’attenzione dal vero problema: la sicurezza». «In situazioni eccezionali come quella verificatasi, è necessario che tutte le istituzioni, senza distinzioni politiche o ideologiche, condannino con fermezza chi delinque e non chi, in divisa, interviene per proteggere la collettività», conclude Pirola, ricordando che «la sicurezza e la dignità di chi la garantisce ogni giorno meritano rispetto, non strumentalizzazioni».

Durissimo anche Domenico Pianese, segretario generale del Coisp. «A Rogoredo non c’è stata alcuna esecuzione, ma un intervento di Polizia in una delle aree più pericolose di Milano», spiega il sindacalista, sottolineando come durante un’operazione antidroga un soggetto armato abbia continuato ad avanzare verso gli agenti «ignorando ripetuti e inequivocabili ordini di fermarsi e di gettare l’arma». «In quelle condizioni i poliziotti hanno agito per difendere la propria vita e quella degli altri, come la legge consente e impone», continua Pianese, «ecco perché l’apertura di un fascicolo per omicidio volontario nei confronti del collega che ha sparato è una qualificazione assurda e profondamente fuorviante». «Piena fiducia nella magistratura ma non dimentichiamo le conseguenze per l’agente indagato», spiega a sua volta Andrea Varone, segretario generale Siulp Milano ricordando il nodo delle spese legali che il poliziotto dovrà sostenere. «Non chiediamo alcuno scudo di impunità ma una rimodulazione del concetto di atto dovuto», conclude Varone, auspicando che l’episodio di Rogoredo non inneschi «nessuna gogna mediatica nei confronti di un membro delle forze dell’ordine che ha fatto solo il proprio dovere».

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