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Storie di agenti coraggiosi e silenti che cercano di proteggere i cittadini

Capoluongo, investigatore di lungo corso, ripercorre le sue vicende personali e professionali tra operazioni rocambolesche di uomini e donne in divisa
martedì 3 febbraio 2026

3' di lettura

Sbirro. Quante volete lo abbiamo sentito proferire come un ghigno, come un grido o come un’imprecazione. E nel caos di questi giorni disegnati da un martello scagliato contro un agente a terra abbiamo visto sgorgare, senza soluzione di continuità, racconti su racconti. Ma ci sono anche i libri come quello scritto da Gennaro Capoluongo dal titolo Dalla parte giusta. Storie di eroi sconosciuti delle Forze di Polizia (256 pp.; 18,00€) redatto per i tipi di Mursia. L’autore, classe 1961, è dirigente generale di pubblica sicurezza, già Questore dell’Aquila e di Messina. Inoltre è esperto in temi di sicurezza presso la rappresentanza permanente d’Italia all’Onu in quel di New York. La sua decennale attività lo ha visto operativo nella Questura di Napoli con ruoli in primo piano nel contrasto alla camorra e al crimine organizzato. Ha diretto l’Interpol nella Capitale ed è stato presidente all’Aia di Europol. Il lungo curriculum trova l’approdo sulla carta stampata in un testo voglioso di essere “il filo di Arianna che collega tutte le mie vicende personali e anche quelle del mio percorso professionale”.

Spesso è partendo dalla fine che comprendiamo meglio le storie. Infatti l’epilogo è dedicato a tutte quelle narrazioni cadute nel vento. Perché “le circa 2515 targhe commemorative raccolte dal 1860 a seguito della morte a Milano di Felice Conti, il primo poliziotto di cui sia rimasta memoria scritta, ucciso mentre cercava di portare in Questura alcuni criminali che stavano per essere liberati da un gruppo di complici”, leggiamo nel volgere del volume, “fanno comprendere quanto sia vera la mia affermazione”.

Capoluongo, infatti, ricorda il sacrario degli agenti di polizia caduti sul campo un luogo “quasi irreale”, tanto da spingere “a credere non esista”. I capitoli incastonano avvenimenti come il salvataggio della piccola Chiara, una vicissitudine in cui “ha vinto l’amore”. Figlia di madre italiana e di padre straniero dove quest’ultimo, non pago della fine della relazione con la donna, rapisce la bambina per portarla in Medio Oriente. Qui nasce per volontà dell’autore di queste pagine una task force in cui emergono figure come quella di Emilio - fatta di uomini e donne “esperti di crimini transnazionali, minori, sequestri di persona”. Nulla deve essere intentato. E il frutto del gioco di squadra riporta Chiara in Italia. La genitrice ritrova la sua funzione nell’abbraccio della figlia.

Il lato camorristico arriva con l’arresto di uno dei membri di spicco del clan Cava, consorteria di Quindici della provincia di Avellino. Un’operazione rocambolesca che “avvenne dopo un primo tentativo andato a vuoto, a seguito di un’irruzione, con l’unica consolazione di trovare il letto ancora caldo”. Lo scetticismo, paragrafo dopo paragrafo, lascia il campo fino a dissolversi. Senza dimenticare il ricordo di Pasquale, il commissario, ormai defunto. Ma gli episodi rimangono lì e scorrono con gli intrecci dell’autore.

Così dalla casa del latitante, immersa in campi di patate, emerge l’arresto. Poi scorgiamo Francesco Schiavone, detto Sandokan, Pasquale Scotti, Carmine Di Girolamo e altri latitanti che fanno da contraltare alla narrazione. Sono l’opposto, il nome stampato in prima pagina sui giornali e sotto, nascosti dall’inchiostro, i volti degli agenti ammassati tra questi fogli. Fa capolino anche la cattura di Cesare Battisti, ricercato e membro dei Proletari armati per il comunismo, nel 2019 e altri accadimenti. Karl Kraus scrisse che “lo scandalo comincia quando la polizia vi mette fine” e quei tra le righe di Capoluongo cominciano, solamente, circostanze uscite dall’oblio e che trovano voce nei capitoli di Dalla parte giusta.

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