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Askatasuna, il poster profetico firmato Zerocalcare

Non dev’essere stato facile per il fumettista, bravissimo disegnatore peraltro, comprimere dentro un rettangolo tutta la fenomenologia di una manifestazione-tipo
di Paolo Bianchi mercoledì 4 febbraio 2026

3' di lettura

Fa sempre piacere sapere che alle manifestazioni dei centri sociali ci sono anche gli anziani delle bocciofile. Però non dev’essere stato facile per il fumettista Zerocalcare, bravissimo disegnatore peraltro, comprimere dentro un rettangolo tutta la fenomenologia di una manifestazione-tipo, così come auspicata da quei burloni maneschi del centro sociale torinese Askatasuna. In sintesi: il 31 gennaio scorso, per promuovere la manifestazione che ha poi avuto gli esiti che conosciamo, era stata utilizzata anche la matita urticante dell’Andrea Pazienza di Ponte Mammolo. Egli non dimentica i compagni grazie ai quali (oltre che al proprio innegabile talento) ha goduto dell’abbrivio di una carriera fulgida. Come negar loro il manifestino? Ma ecco che ce lo immaginiamo, alle prese con la propria immaginazione costretta nella griglia delle categorie da raffigurare, così come da comunicato stampa del centro sociale stesso, bocciofile comprese. Mò come li faccio stare tutti? L’anziano è facile, al limite vien bene anche come fratello minore di partigiano.

Per il No Tav non c’è problema, faccio il cartello “No Tav”. Idem per il pro Pal, faccio la bandiera e via. L’emigrato africano ci dev’essere, naturalmente, idem la donna musulmana col velo. Questo lo faccio un po’ queer e lo metto dietro a quest’altro con l’orecchino, che al limite può essere scambiato per una lesbica. Certo, la carovana lgbt non mi sta tutta, ma accontentatevi. Il pugno chiuso, c’è; la bandiera rossa, anche. Aggiungiamo un tocco di nerd, non facciamoci mancare niente. Esaurite tutte le fattispecie, resta un problema: questi davanti, soprattutto il biondino al centro, sembrano i drughi di Arancia meccanica. Li faccio più sardonici o più incazzati? Una via di mezzo, però belli decisi. Gente che non si fa intimidire. D’altronde se, come da iscrizione, “Torino è partigiana”, sottotitolo “contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali” (secondo una sintassi non impeccabile), bisognerà pur dare l’idea perlomeno bellicosa di un contrattacco. E invece poi è arrivato uno che ha rovinato tutto. Qualcuno, forse la solita Intelligenza artificiale generativa, ha scodellato e diffuso una versione distorta di questo Quarto stato degli occupatori fuoricorso di immobili del centro storico. Il disegno è simile, ma non è lo stesso.

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L’anziano col cappello è furibondo come se non gli avessero dato la precedenza sulle strisce, la donna è ingrugnita, un altro ha gli occhi pallati, e così via. Che cosa è successo? «Una sistematica strategia di delegittimazione dei movimenti», ha sostenuto un esponente del centro sabaudo di lotta al capitale. In altre parole, è stato qualche perfido controrivoluzionarlo a voler far passare questi compagni resistenti per più cattivi di quello che sono, di certo più mentalmente disturbati. «Una fine strategia», addirittura. L’intento parodistico non viene neanche preso in considerazione. Lo stesso autore del manifesto originario, opportunamente indignato, non ha escluso qualche reazione sul piano legale, ma vai a cercare l’ignoto mistificatore. Del resto, un artista nato come propulsore di una reazione al sistema, che cosa può fare quando a far parte del sistema ormai è lui stesso? Lo vediamo alle fiere del libro come firma con la mano a ciclostile migliaia di copie dei suoi fumetti, lo sappiamo, perché ce lo dicono continuamente, quanti premi vinca nelle località turistiche di mare e di montagna. Càpita, di esser presi per il culo. Tantopiù quando, come si vede confrontando i disegni, il manifestante biondino in primo piano è rimasto uguale identico, con la stessa aria vagamente psicopatica. Guarda caso, il fulcro dell’immagine è lui.

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