E' la filosofia la soluzione del delitto senza fine che spacca l'Italia. La prova è in un libro semplice, non facile, qual è Il ragionevole dubbio di Garlasco (pp. 144, euro 12,99), Stampa Giuseppe Legato, pubblica Stefano Vitelli, viareggino, classe 1974, il giudice che il 17 dicembre 2009 ha assolto Alberto Stasi nel processo di primo grado per l’omicidio della povera Chiara Poggi.
Poi Stasi è finito in carcere per 16 anni, ma quel che innocentisti e colpevolisti a prescindere smarriscono clamorosamente è il principio cardine di quell’affaire e in realtà di ogni teatro umano: non è scandaloso assolvere, se c’è dubbio, perché difficile è condannare, se le cose non tornano. Ecco i primi filosofi: Cartesio, perché tutta l’azione umana (verrebbe voglia di citare qui anche Ludwig von Mises) è questione di metodo e rigore, binomio detto anche morale, e Agostino d’Ippona, che del dubbio ha fatto fonte di certezza vera. Proprio «dubbio» è la parola-blasone di Vitelli, che, bene inteso, non ci ha detto, e mai lo farà, se ritiene Stasi colpevole o no. Il punto non è infatti l’opinione sua o altrui.
Il punto è il mestiere drammatico di chi giudica della vita di una persona in relazione alla vita stroncata di un’altra in base alla regola aurea della giustizia in tre commi. Una persona è innocente fino a prova contraria; meglio un colpevole libero che un innocente in galera, perché «da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo, non può uscire nulla di interamente dritto», ammoniva Immanuel Kant, terzo filosofo; e contro i fatti, dicevano i padri latini, non vale opinione. È qui che quello di Vitelli smette di essere instant book per farsi abbecedario di pensiero forte.
Il caso Garlasco straborda di anomalie. Ma, ragiona dubbioso Vitelli, bastano le anomalie per condannare? Bastano gli indizi, bastano i sospetti? La realtà sembra tollerare molte spiegazioni, ma si spiega in un modo solo. Finché non appuri quale, indaghi. I sospetti aprono piste importanti, persino decisive, ma solo se sottoposti all’ordalia di verifiche. Sono i fatti gli unici elementi che pagano. Perché, dice Vitelli con tutto il fiato che ha in gola, e pure l’inchiostro che ha nella penna, sono forti, duri e ruvidi. Li chiama sassi, il giudice, e su di essi s’infrangono le onde delle ricostruzioni fatte da frammenti equivoci appoggiati a cocci ambigui che disegnano simulacri di verità che sono però solo idee e nel peggiore dei casi pregiudizi o teoremi.
Vitelli, medico della fragilità umana, prescrive invece l’empirismo più crudo, il pragmatismo di Charles Sanders Peirce, altro filosofo. Poi si lascia ammaestrare da Carl Gustav Jung, non filosofo ma ci sta perfettamente: «L’uomo vuole certezze e non dubbi, risultati e non esperienze, senza accorgersi che le certezze non possono provenire che dai dubbi e i risultati dalle esperienze», e poi: «Pensare è così difficile che la maggior parte degli uomini emette giudizi».
Solo la filosofia è la soluzione di un caso di cronaca, surreale e tragico, più letterario degli incubi evocati da Franz Kafka ne Il processo e da Henrik Stangerup ne L’uomo che voleva essere colpevole eppure vero, perché solo la filosofia distingue l’umano dalla metafisica, e amministrare la giustizia di questo mondo è cosa di uomini. Vitelli ci ricorda che gli uomini non possono mai fare giustizia senza conoscere la statura di Dio, per citare la filosofia di Fabrizio De Andrè, ma pure non sono dio.
Nell’ultima pagina del suo esercizio di ascesi à porter in forma di libro Vitelli ne svela lo scopo: mettere sempre in discussione se stessi, perché il vero nome dell’uomo è limite. Per questo l’uomo sa guardare oltre. Sembra, il suo, un libro su un caso di nera e invece è un antidoto al pensiero ideologico, nobile o volgare che sia, che parrebbe scritto da Eric Voegelin; un manuale di realismo senza sconti degno dell’ultimo filosofo, primo dei filosofi, Tommaso d’Aquino. Quando l’intelletto aderisce ai dati reali quella è la verità. Storica, processuale, qualsiasi.