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Bimbo col cuore bruciato, come si è arrivati al no (e chi ha la precedenza)

di Claudia Osmetti giovedì 19 febbraio 2026

2' di lettura

Ma come si decide a chi trapiantare un organo quando ce n’è uno disponibile? La trafila per un’operazione del genere, lo sappiamo, è regolata da meccanismi complessi, necessariamente “burocratici”: non è una scelta, non è arbitraria, è semmai il frutto di una procedura standardizzata, ponderata secondo criteri stabiliti, trasparente in ogni suo passaggio. Però, in concreto, cosa avviene? Come viene compilata la famosa lista d’attesa (che per i pazienti pediatrici è unica e, quindi, vale la stessa da Napoli a Torino), perché nel caso del bimbo del Monaldi è stato chiamato a raccolta un maxi team di esperti e luminari, quali sono le valutazioni (cliniche) che guidano medici e dottori?

Per chiarire la questione occorre partire proprio da lì, da quella lista d’attesa a cui (al momento) sono iscritti 48 ragazzini sotto la maggiore età e che fa riferimento a una serie di regole studiate appositamente per i casi pediatrici (premessa, forse banale ma doverosa: queste norme sono adottate dal Centro nazionale trapianti e sono sottoscritte da tutti gli ospedali che garantiscono gli interventi sui minori; vuol dire che non è possibile agire al di fuori del quadro tracciato). Essere in una buona posizione, il famoso primo-dell’elenco, chiaramente prospetta una priorità, ma non è detto che rappresenti la certezza matematica di entrare in sala operatoria. L’ordine in lista, infatti, è costantemente aggiornato dalle condizioni dei pazienti (uno troppo “debole” potrebbe non essere in grado di affrontare un intervento delicato) e, d’altronde, anche le caratteristiche dell’organo donato hanno un peso (deve essere compatibile, il gruppo sanguigno deve combaciare, le dimensioni devono essere conciliabili). Ai diversi parametri viene assegnato un punteggio ed è da quel punteggio che si arriva all’ordine in graduatoria.

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A questo punto esistono tre classi di gravità: la prima (classe 1) è quella dell’emergenza nazionale che, come suggerisce il nome, riguarda i pazienti che hanno bisogno urgentemente di un trapianto (per esempio i piccoli tenuti in vita con la respirazione extra corporea come nel caso di Napoli); la seconda (classe 2) comprende chi non potrà sopravvivere a lungo senza l’intervento (come i bimbi con la “pompa meccanica” che aiuta il cuore a fare il suo lavoro); e la terza (la classe 3) è quella dei degenti meno urgenti.

Ogni classe è suddivisa in sottoclassi (A e B) in base alla compatibilità del gruppo sanguino; dopodiché entra in gioco il fattore “mismatch”, ossia la differenza di peso tra donatore e ricevente, che implementa altre sette classi con un relativo punteggio; se i due sono ricoverati nello stesso ospedale si “guadagnano” punti aggiuntivi poiché i rischi (legati magari al trasporto dell’organo e alle tempistiche da rispettare) si contraggono; infine si valuta la compatibilità immunologica (dato che da essa, nei pazienti iper-immuni che hanno un numero elevato di anticorpi, dipende la possibilità di un rigetto). È più aritmetica che medicina, ma è giusto così perché è soprattutto la garanzia della tenuta del sistema.

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