L’8 marzo delle rivendicazioni per tutte le donne appartiene ormai a una storia finita. Oggi il transfemminismo ha trasformato la ricorrenza in una mobilitazione contro il patriarcato che non c’è, quello occidentale, oscurando il patriarcato che c’è, quello esistente nelle teocrazie islamiche. La circostanza che al corteo di Roma di «Non una di meno» siano state cacciate le donne iraniane che volevano portare solidarietà alle sorelle oppresse dal regime degli ayatollah non è che la logica conseguenza di questo nuovo significato ideologico che all’8 marzo viene conferito da una minoranza arrabbiata e ideologizzata, sempre più distante dalle vere aspirazioni del mondo femminile.
Le femministe gridavano alle iraniane: «Fuori la guerra dal corteo», perché loro sono pacifiche, ma soprattutto sono anti-Trump, anti-Usa, anti-Israele e pensano che gli iraniani e le iraniane devono continuare a farsi massacrare scendendo in piazza contro il regime che li opprime come fanno ormai dal 2022. Nessuno stupore: quelle di «Non una di meno» non sono femministe universaliste, sono transfemministe ideologiche. Bastava guardare la piattaforma dello sciopero indetto per l’8 marzo per comprendere che cosa avevano in animo le donne scese in piazza: la chiassata contro il governo per le conseguenze economiche della guerra come se l’innalzamento del prezzo dell’energia fosse colpa di Giorgia Meloni. A ciò si univa un minestrone retorico indigesto: il “genocidio” palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, le violenze dell’Ice, la repressione del dissenso, le politiche anti-migranti, il ddl sugli stupri. In questo elenco che è uguale a quello delle mobilitazioni della Cgil e dei Pro Pal non vi è spazio né può esservi spazio perla denuncia di quelle enclave arcaiche islamiche dove il patriarcato esiste davvero e non è scalfito da una cultura dei diritti delle donne: un sistema che si regge su quattro pilastri che sono il matrimonio combinato, il potere di segregazione del capofamiglia verso le figlie e la moglie, i privilegi successori dei figli maschi, l’asimmetria di potere, giuridica e di fatto, tra i coniugi. Ha ragione la senatrice di FdI Cinzia Pellegrino quando sottolinea «la contraddizione che attraversa il femminismo militante: nelle piazze si proclamano diritti universali, ma quando arrivano donne che denunciano un regime islamista che reprime, perseguita e uccide le donne, quelle stesse donne diventano improvvisamente “scomode”. È un paradosso che non può essere ignorato. Le iraniane che si battono contro il velo obbligatorio, contro la repressione e contro le violenze dello Stato rappresentano una delle lotte perla libertà femminile più coraggiose del nostro tempo. Eppure, vengono respinte proprio da chi sostiene di parlare a nome delle donne».
In realtà questo femminismo escludente parla a nome di un’ideologia che ritiene di essere depositaria del diritto a rappresentare le donne e che si sente minacciata dagli “altri” femminismi al punto da dare alle stampe un libro (Giù le mani dal femminismo, scritto da Rosi Braidotti, Jennifer Guerra e Giorgia Serughetti) per proclamare che le donne di destra non hanno diritto di parola sul tema, terreno privilegiato da sorvegliare in nome del femminismo di sinistra che non può che essere solidale e collettivo, solidale sì, ma non con le donne iraniane evidentemente. Per non dire degli orribili slogan urlati contro il Movimento Pro Vita e Famiglia reo di avere diffuso manifesti in cui la donna viene definita come “persona adulta di sesso femminile”. Le transfemministe hanno urlato «le sedi di Pro Vita si chiudono col fuoco ma coi Pro Vita dentro se no è troppo poco». Un rigurgito violento che ci riporta al clima peggiore degli anni Settanta alla faccia di un ostentato pacifismo di facciata.