È vero che siamo una «repubblica fondata sul lavoro», però così è forse pure un po’ troppo. Ché per carità, le malattie, le ferie pagate e tutto il resto: sacrosanti principi di cui s’occupa più nessuno (di certo non taluni sindacati). Ma se poi vengon fuori storie come quella di Occhiobello, sentenze come quella di Rovigo, il dubbio (almeno in parte) viene. Viva il lavoro, sì ma di chi? E soprattutto, a quali condizioni?
Passo indietro perché la vicenda in sé- si tratta di una dipendente sorpresa a giocare a padel mentre è in malattia, licenziata e poi persino “risarcita” - rischia di scivolare tra i mille altri casi di ordinaria giurisprudenza italiana. Cosa che sarebbe un peccato perché qui, sul confine tra Veneto ed Emilia Romagna, il discorso si fa articolato.
Lei, la lavoratrice, che ha cinquant’anni, è ferrarese e ha un contratto solido da quasi trent’anni, cade a inizio del 2024 per colpa di un banalissimo incidente come ne capitano ogni giorno. Si frattura il pollice della mano sinistra. È un bel guaio per chi fa la caporeparto in un punto della grande distribuzione e, infatti, finisce in malattia.
Resta a casa e passa la visita fiscale.
Qualche settimana dopo, il dito è ancora incerottato e lei è ancora in permesso, qualcuno la pizzica al campo di padel con la racchetta in mano: ma come, si chiedono nella direzione del supermarket, non può mettere i prodotti sugli scaffali e riesce a tirare palline in feltro a rimbalzo contenuto? La domanda è legittima, basta provare a vederla dal punto di vista dei datori di lavoro (per una volta): quei dì in malattia non sono gratis.
Nessuno li contesta o intende negarli, ma la discrepanza è da vedere. D’accordo, l’attività sportiva della signora non avrà contraccolpi (quella partita non aggraverà la sua salute e non allungherà i tempi del recupero): però questo lo si saprà solo dopo, quando la faccenda approderà nell’aula di un giudice del lavoro di Rovigo, e comunque ora, che il caso è fermo negli uffici del personale del supermercato, c’è chi non la prende benissimo. Contro la 50enne viene avviato un procedimento disciplinare che termina con il suo licenziamento. Basta, fine, stop.
Trent’anni di servizio sono tanti, sono una vita intera, ma la decisione è presa. Oppure no. Perché lei le tenta tutte, prova il passaggio stragiudiziale e non ottiene niente, finisce per impugnare il provvedimento che l’ha appena lasciata a casa. Nella prima udienza in tribunale il supermercato le avanza addirittura una proposta di accordo, la donna la rifiuta. Passano le settimane, il procedimento va avanti e, sorpresa, il giudice accoglie parzialmente le sue richieste.
Sì, sentenzia, quel licenziamento è illegittimo, però no la lavoratrice non deve per forza essere reintegrata al suo posto anche se ha diritto a ricevere diciotto mensilità da parte della società che l’ha messa alla porta. Il motivo? La sua condotta ha una rilevanza disciplinare ma non è sufficiente a determinare «l’immediata e irreparabile frattura del rapporto (lavorativo, ndr) di fiducia» e, a ogni modo, il licenziamento senza preavviso vale quando in ballo ci sono fatti «ben più gravi» di un match a padel.
Sarà (e in una certa misura lo è: ci sono furbetti molto più eclatanti), ma stringi stringi col cerino in mano è rimasta la direzione del supermercato, che ha fatto solo il suo mestiere e ha controllato ciò che aveva il diritto di controllare, applicando (tra l’altro) una sanzione che riteneva adeguata.




